sabato 13 agosto 2022

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra

 

OMELIA XX domenica del Tempo Ordinario. Anno  

Paolo Scquizzato

Lc 12, 49-53

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!», dice Gesù nel vangelo di oggi.

Dopo duemila anni di cristianesimo pare questo fuoco non sia mai veramente divampato; il fuoco del messaggio evangelico, quello delle beatitudini, di uno stile di vita fondato sulla condivisione, la cura, il servizio, facendo di contro troppo spesso l’occhiolino al mondo che radica sé stesso sul potere, l’avere e il successo, ammantando tutto con la pratica religiosa.
C’è un racconto significativo del gesuita Antony de Mello che spiega molto bene la situazione che si è venuta a creare all’interno dell’istituzione Chiesa in questi due millenni, non avendo mai compreso sino in fondo ciò che viene chiamata Tradizione, che non il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco!

«C’era un uomo, che aveva inventato l’arte di accendere il fuoco. Prese i suoi attrezzi e si recò presso una tribù del nord, dove faceva molto freddo. Insegnò a quella gente ad accendere il fuoco. La tribù era molto interessata. L’uomo mostrò loro gli usi per i quali potevano sfruttare il fuoco – cuocere il cibo, tenersi caldi, ecc. .
Quelle persone erano molto grate all’uomo per quanto era stato loro insegnato sull’arte del fuoco, ma prima che potessero esprimergli la propria gratitudine, egli scomparve. Non gli importava ricevere il loro riconoscimento o la loro gratitudine: gli importava il loro benessere. Si recò in un’altra tribù, dove nuovamente iniziò a dimostrare il valore della sua invenzione. Anche quelle persone erano interessate, un po’ troppo però per i gusti dei loro sacerdoti, che iniziarono a notare che quell’uomo attirava la gente, mentre essi stavano perdendo popolarità. Così, decisero di liberarsene. Lo avvelenarono – o lo crocifissero, non ricordo più. Ora, però temevano che la gente si rivoltasse contro di loro, e così fecero una cosa molto saggia, persino astuta. Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. Gli strumenti per accendere il fuoco furono sistemati davanti al ritratto, e la gente fu invitata a venerare il ritratto e gli strumenti del fuoco, cosa che fece ubbidientemente per secoli.
L’adorazione e il culto continuarono, ma non fu mai usato il fuoco».

sabato 30 luglio 2022

‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’

OMELIA XVIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C 
Don Paolo Scquizzato
Lc 12, 13-21
Gesù disse loro una parabola:
“La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. Ma Dio gli disse:
 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”». Accumulare tesori per sé, questo è il principio della sofferenza. Tutte le tradizioni ricordano che illudersi di edificare la propria vita edificando, costruendo, attaccandosi al potere, l’avere, il successo è il principio della propria sconfitta esistenziale. T.S. Eliot scrive: ‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’. Certo, perché come ricorda Gesù, vi è solo un modo per vivere veramente: morire a sé stessi, ossia risvegliarsi dal sonno dell’illusione. Questo significa: arricchirsi presso Dio: cogliere, esperire, vivere la realtà essenziale, autentica della nostra vita. Sapere che c’è una Vita oltre la vita cui merita dedicarsi, e quindi nutrirla, farla crescere. Come già detto a commento del vangelo di qualche domenica fa, il rischio mortale che corriamo tutti, è dare importanza a ciò che è vapore, all’inconsistente, all’impermanente e che il Qoelet, nella prima lettura di oggi, traduce con vanità. Viviamo l’illusione che la realtà, i nostri granai, i nostri attaccamenti, le nostre sicurezze siano fonte della felicità quando invece sono solo accessori, mezzi ma non il fine. Riposarsi, mangiare, bere, divertirsi, edificare, ingrandire… son tutte cose importanti, belle magari ma non toccano ancora la Vita. Questa sta oltre, o sotto. È la Realtà autentica, il Fondamento, ma ad appannaggio solo dei risvegliati, dagli attenti, dei saggi. Esistere non vuol dire ancora vivere. La vita stessa di Gesù testimonia tutto ciò. 
«La sua morte non è l’esaltazione del nulla, della vanità, ma è la negazione della vanità perché abbiamo capito, una volta per sempre, che si può anche morire non morendo. Chi muore perché c’è qualcosa di più grande della dialettica vita-morte – cioè l’amore – costui non muore» (E. Balducci). Esiste un modo di vivere tale da percepire la vita come una metamorfosi continua, per cui da una parte si sente il proprio corpo come un lento disfarsi, ma dall’altra si ha la forte consapevolezza che la vita vera si sta rinnovando in sé in ogni istante, come un crescendo verso una pienezza e un compimento. È ciò che Paolo intuì scrivendo ai corinzi: «non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4, 16). Insomma, «Vivono solo coloro che non hanno trovato pace nelle provviste fatte» (Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella).

sabato 25 giugno 2022

Lascia…, non volgerti indietro di .....

Don Paolo Scquizzato

 

OMELIA Corpo e Sangue di Cristo.

Lc 9, 51-62

Lascia…, non volgerti indietro…; non attaccarti, e sperimenterai il Tutto.
Un Cristo zen quello del vangelo di oggi.
Gesù invita, in tutto il Vangelo, a non cercare alcun appiglio, a non afferrare alcun concetto, perché non c’è necessità alcuna di farlo: è già tutto qui, e dentro di noi. Lo comprenderà bene Paolo il mistico quando dirà:
«In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).
Non c’è nulla cui aggrapparsi semplicemente perché non c’è bisogno di aggrapparsi a niente: ciò che cerchi è sempre stato lì, fin dall’inizio. E tu sei quello!
«Interrogato dai farisei: “Quando verrà il regno di Dio?”, Gesù rispose: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo – dentro – a voi!”» (Mt 17, 20-21).
La questione è abitare questo Regno di Dio di cui siamo parte ma di cui siamo al contempo drammaticamente inconsapevoli, e che per questo viviamo in uno stato d’illusione mortale scambiando il potere, l’avere e il successo come la vera realtà e affannandoci per conseguirli.
Nel vangelo di oggi son tutti indaffarati, di corsa, in ricerca… Ma la vera Realtà comparirà quando si smetterà di cercarla, stupiti che da sempre la stavamo già abitando in quando nostra natura più profonda, il nostro vero Sè, come il contadino della storiella zen che cerca disperatamente il bue e non lo trova perché lo sta cavalcando.
Non è questione di vivere nel passato struggendosi per esso, e neppure desiderare un futuro di compimento.
Fermati e goditi il presente: lì c’è già tutto. Ad ogni passo sei a casa.
«Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» (Lc 10, 41). L’affanno, l’agitazione per afferrare il ‘centro’ della propria vita in realtà non fa che alzare la polvere e nasconderlo interamente. Occorre fermarsi, e stupirsi che la fiamma è sempre stata lì, ed è la sorgente nascosta che ci abita – l’unica cosa di cui c’è bisogno – e che rimane, rimarrà per sempre e per questo ‘nessuno potrà toglierci’.
Non si sta andando da nessuna parte perché non c’è nulla da raggiungere. La meta è la via. Il qui ed ora è il luogo dell’incontro, il Regno di Dio, e se ne potrà godere nella misura in cui si eliminerà il superfluo, come il marmo ricopre la statua che vi è all’interno.
Occorre giungere a questa verità, perché sarà l’unico modo per essere liberi, dato che ‘la verità ci renderà liberi’ (cfr. Gv 8, 32). Liberi dalla schiavitù del dovere andare, fare, pensare, affannarsi per giungere ad un fantomatico luogo dove ‘andrà tutto bene’, per poi accorgersi di essersi perduti in ‘un paese lontano dove si sperpera il proprio patrimonio, e non potendo far altro che pascolare i porci a servizio del potente di turno (cfr. Lc 15, 14).

domenica 19 giugno 2022

PROGRAMMA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE

 

a cura di Federico Cilio
PARROCCHIA DI SIRACUSA

Don Gaetano Silluzio

21 giugno: Inizia la Fiera del Dolce

Ore 07,30 - Santa Messa trasmessa da Radio Maria

22 giugno:

Ore 18,15 - Santo Rosario

Ore 18,30 - Coroncina del Sacro Cuore

Ore 19,30 -  S. Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.

23 giugno :

Ore 08,30 - Esposizione del SS Sacramento fino alle ore 12,00 con adorazione dei singoli fedeli e dei gruppi parrocchiali.

Ore 18,15 - S. Rosario

Ore 18,30 - coroncina del Sacro Cuore

Ore 19,00 - Santa Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.

24 giugno:

Ore 18,15 - Santo Rosario

Ore 18,30 . Coroncina del Sacro Cuore

Ore 19,00 - Santa Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.

GIORNATA MONDIALE della santificazione sacerdotale.

Sarà presente in Parrocchia mons. Sebastiano Amenta, Vicario Generale dell'Arcidiocesi di Siracusa

sabato 18 giugno 2022

IL CORPO DEL SIGNORE di don P. Scqizzato

 

Don Paolo Squizzato

OMELIA Corpo e Sangue di Cristo. Anno C

«Il Corpo del Signore non lo dobbiamo pensare negli schemi sacrali. Ricordate le processioni con gli ostensori e gli incensi? Di quel pane che deve essere un pane a tavola noi abbiamo fatto un idolo. È l’astuzia dell’uomo! Quando l’uomo fa di un santo una realtà da adorare, se ne è già liberato. Adorare significa metterla fuori. Messa fuori, viviamo più tranquilli nella nostra malvagità» (E. Balducci).

Gesù, nel deserto della storia vede e si prende cura di un’umanità dolorante invitando ciascuno dei suoi a fare altrettanto, rivelando così la logica disarmante che la propria fame si estingue facendosi pane per gli altri. Infatti qui Gesù non invita a dare cose, denari o ad impetrare il Cielo per compiere la sazietà dell’altro, bensì a donare sé stessi: «Voi stessi date loro da mangiare», ossia ‘datevi in cibo a questa umanità affamata’ (v. 13a). E nell’attimo stesso in cui si vive questa logica del dono di sé, il deserto comincia a fiorire (cfr. Is 32, 15). Infatti nel Vangelo di Giovanni, passo parallelo al nostro, si afferma come in quel luogo ci fosse “molta erba” (Gv 6, 10b)
e Marco aggiunge come quell’erba fosse ‘verde’ (Mc 6, 39). Un luogo con molta erba verde, richiama un giardino, e il Giardino nella Bibbia è sinonimo di paradiso. Insomma: il condividere, il prendersi cura della vita dell’altro fa fiorire il proprio deserto esistenziale e trasforma questo nostro mondo incolto, in un qualcosa dal sapere di paradiso.
Prima di farsi ostia, Dio s’è fatto carne, e quindi ogni carne.
Va da sé che maltrattare un essere umano significa profanare il medesimo Corpo di Cristo, il Dio-con-noi, e in- noi.
Va da sé che i veri e più preziosi tabernacoli saranno i corpi martoriati dei poveri, le carni consunte dei profughi, degli esclusi, degli allontanati e degli abbandonati.
Adorare e venerare un’ostia consacrata e poi calpestarla, denigrarla e rigettarla nel fratello può dirsi ancora cristianesimo?

sabato 4 giugno 2022

FARE APPELLO ALLO SPIRITO SANTO di ...

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA Solennità di Pentecoste. Anno C

 Gv 14, 15-16.23b-26

«Fare appello allo Spirito Santo vuol dire fare appello alla libertà della coscienza perché la punta alta della coscienza è la punta alta su cui batte il raggio dello Spirito. Per questo lo zelo delle istituzioni è nel coprire tutte le punte perché non appena la coscienza si illumina si scompagina un ordine esistente e il futuro irrompe. Ecco perché le istituzioni sacre hanno perseguitato i profeti; esse li hanno temuti, a cominciare da Gesù» (Ernesto Balducci).

Ogni istituzione, religiosa o laica che sia, ha sempre temuto che le persone agissero ‘secondo coscienza’, prediligendo persone mute, obbedienti ed allineate all’autorità costituita, zittendo le voci del dissenso, contrarie al ‘è bene così’ o del ‘s’è sempre fatto così’.

Ogni sistema di potere, dai tempi della Torre di Babele ha auspicato che i propri sudditi parlassero tutti la medesima lingua – quella del ‘capo’ – nella speranza che poi agissero anche nel medesimo modo.
Lo Spirito di Dio – insegna Gesù – deve soffiare sempre più forte, dove vuole, scombinando le carte e facendo sì che ciascuno parli finalmente la propria lingua, e agisca secondo coscienza.


È interessante notare come nel vangelo Gesù guarisca numerose persone mute. Mi piace pensare che siano state quelle zittite perché non allineate e obbedienti all’establishment di turno. Zittite chissà da quando da genitori, educatori, superiori perché ritenute non interessanti, banali, fuori luogo, inadeguate. Gesù quando parlava con le persone deve aver avuto la meravigliosa capacità di infondere in tutte loro la fiducia di poter aprire finalmente bocca, di convincerle a parlare perché anche loro avevano qualcosa di bello, di interessante e di unico da dire.

Lo Spirito di Dio soffia, sempre, e comunque, indipendente da chi detiene il potere. E crea unità in un’umanità formata da genti diverse, religioni diverse, esperienze diverse in quanto ciascuno è portatore di verità, di bellezza e fecondità, non fosse altro perché unico e irripetibile.
Il nostro compito di cristiani non è far sì che le varie ‘lingue’ delle donne e degli uomini del nostro tempo riconoscano il primato della nostra di lingua –ritenuta vera e indefettibile – ma far di tutto perché ogni diversità venga affermata e difesa affinché un’umanità più umana possa edificarsi, fondata sulla logica della pace, della cura e della condivisione.

sabato 21 maggio 2022

«SE UNO MI AMA… »

di don Paolo Squizzato

OMELIA VI domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

Gv 14, 23-29

«Se uno mi ama… » dice Gesù (v. 23).

Cosa vuol dire “amare Gesù”? Io credo permettergli di amarmi. Lasciarlo libero di agire in me. Finché ci sono io, non c’è Dio.

La questione è sempre la medesima: «Chi odia la propria vita in questo mondo, la conserva per vita eterna» (Gv 12, 25), e qui ‘odiare’ significa ‘espropriare’ il proprio falso sé, il proprio ego, per far spazio al ‘divino che è in noi’, il nostro ‘sé autentico’.

‘Amare Dio’ sarà perciò una sorta di ‘non azione’, al fine di lasciare a lui l’unica azione che conta. D’altra parte noi siamo per natura ‘piena ricettività’, e ciò che ci viene richiesto è solo di «coltivare tutte le nostre potenze mentali, psichiche e sensoriali perché si sviluppi in noi il divino, di cui poi fare esperienza di tale sbocciare» (W. Jäger).

Allora comprenderemo perché Gesù continua dicendo: «Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23). Nella non-azione, nel rinunciare a ‘scalare il cielo’, si godrà finalmente del cielo in noi.

Una volta che Dio si espanderà in noi, plasmati e trasformati in lui, diverremo detentori dello Spirito santo (v. 26) e della pace (v. 27). I due doni del risorto.

E questo Spirito di Dio in noi, assolverà due compiti fondamentali:

1) «Insegnerà ogni cosa» (v. 26a), ossia che lui è Padre, che noi siamo figli e quindi che l’unico modo per vivere è lasciarsi amare, scoprirsi e vivere da fratelli.

2) «ricorderà tutto» (v. 26b). ‘Ri-cordare’, etimologicamente vuol dire ricondurre nel cuore. Chi è in Dio, chi è stretto in questa unione, può dimorare finalmente in sé stesso, all’interno di sé, non è più costretto a perdersi, non è più frantumato in mille pensieri e azioni che non gli appartengono. Ha le radici ben radicate in sé, al centro del suo cuore.

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (v. 27).

La pace è la serena certezza che in questa unione intima con Dio, non è più necessario crearsi nemici per vivere in pace. Infatti la pace del mondo (cfr. v. 27b), è quella fondata sulla violenza, sulla paura, sul dominio, su pericolosi giochi d’equilibrio. La pace di Cristo è frutto della vittoria del bene sul male, o meglio del male attraversato dal bene.

La consapevolezza di essere una cosa sola con la divinità che ci pervade, ci fa vivere nella pace, quella che niente e nessuno potrà mai toglierci.

 

sabato 14 maggio 2022

Quando Giuda fu uscito ....

 

Di don Paolo Scquizzato

OMELIA V domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

Gv 13, 31-33a.34-35

«Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”».

Il tradimento, il massimo del male subìto, Gesù lo fa coincidere col massimo della gloria. Il buio che colpisce Gesù, diventa possibilità di manifestare la luce, la stoffa di cui è fatto l’Amore, la divinità.
L’amore riporta la vittoria quando viene ferito.
Le nostre fragilità, limiti, fallimenti, il male invincibile che ci accompagna possono diventare – se solo lo volessimo – il luogo della manifestazione della gloria di Dio, della ri-creazione, dell’inizio di qualcosa di nuovo e inaudito.

«Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo:

quando sono debole, è allora che sono forte» ci ricorda Paolo (2Cor 12, 9s.).
Sulla croce abbiamo la manifestazione massima dell’essenza dell’Amore; lassù viene in qualche modo rivelato il nome stesso del divino, la sua stessa sostanza.

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34). La novità di questo comandamento sta nel far perdere a questo l’aspetto di legge. Con Gesù s’è chiusa l’epoca dell’osservanza di leggi sterili, e s’è aperta la possibilità di vivere una vita nuova, attraverso il bene vicendevole, in ultima analisi la possibilità di fare esperienza del divino.
Le leggi servono perché possiamo arrivare a farne a meno.
Gesù non propone nuove esigenze, altri imperativi etici, pesi insopportabili da portare, ma elargisce un dono.
Infatti l’amore non obbliga mai, dona. E se ‘comanda’ qualcosa prima lo concede.
«Donami o Dio ciò che mi comandi, e poi comandami ciò che vuoi» (Agostino).

venerdì 13 maggio 2022

UN APPASSIONANTE ROLLO

 

L’azione apostolica di

 Peppe Tringali

Scuola Responsabili del 12 maggio 2022

L’azione apostolica o apostolato è far diventare discepoli di Cristo tutti gli uomini, per amore di Dio e del prossimo. (don Luca Saraceno 28 luglio 2013)

La relazione di Peppe Tringali è stata intelligente fatta in puro stile cursillista, pervasa da tre interessanti vivenze. Ha concluso con un  bellissimo pensiero dedicato alla propria moglie, fonte d'ispirazione, che ha suscitato  nei presenti forti emozioni e sentimenti  seducenti. Dedicandole il rollo, il relatore ha inteso generosamente condividere con i suoi amici  le gioie, i dolori e le malattie di sua moglie, come se fosse la sua stessa vita.  "Ama tua moglie come ami il tuo corpo e la tua vita." (Efesini 5:28-33)

Il relatore approfondisce questo tema sostenendo che solo “ Da una relazione con Dio, conseguenza della vera preghiera, deriva la forza che rende efficace l'azione apostolica. Se manca questa dimensione spirituale, l'apostolato può diventare mero attivismo.” Allora é solo seguendo la via della preghiera che giungiamo a realizzare una vera azione apostolica. “Più preghiera, più azione”.   

“In questo tempo di consumismo e immagine, abbiamo anche imparato a diffidare da quelli che ci promettono cose buone. In questo contesto, la parola «evangelizzare» può fare paura. Per questo oggi si può riuscire a proporre la propria fede solo attraverso la testimonianza del proprio vivere quotidiano.”

Dall’intima relazione con Cristo nella solitudine della nostra preghiera sboccia la pressante  domanda: “Che cosa hai fatto di tuo fratello?” Allora, Il relatore si chiede “quale sia  l’unità di misura dell’essere cristiano, la forza tipica e primaria su cui fare leva, nel tentativo di fare conoscere Cristo ai fratelli attraverso il nostro agire e le nostre testimonianze.”

Riflette e conclude: E’ dalla “ unione con Cristo, che mantiene viva la grazia di Dio in noi, che si realizza qualsiasi attività apostolica, visto che “la nostra attività sarà realmente apostolica nella misura in cui lasciamo che sia Dio a lavorare in noi e attraverso di noi. Così, più riceviamo nella preghiera di silenzio, più possiamo dare, nella nostra vita attiva e nel nostro lavoro.” Conclude: “Fidandoci di Lui e della Sua Grazia”. 

Luigi Majorca

 Alcuni intervenuti



I SALUTI






 

domenica 8 maggio 2022

FEDE, POESIA e REALTA’

 

Don Raffaele Aprile

Molto si è scritto  sulla Madonna, da San Francesco d'Assisi ad Alda Merini nei giorni nostri. Tante poesie hanno magnificato la Santa Vergine Maria sotto profili diversi, così si è sublimato il rapporto tra Maria e Gesù nel contesto del vangelo e della sua passione (Jacopone da Todi, Donna de Paradiso nella rielaborazione della  crocifissione di Cristo).  Non trovo tuttavia espressioni artistiche che riguardano l’aspetto vocazionale, così come è sovrabbondante nella poetica di don Raffaele Aprile.

 Questa bella poesia dal titolo “Vergine delle lacrime”  è l'ultima creatura della sua inesauribile produzione artistica recitata ed interpretata in inglese da Pascal Meyer SJ (potete ascoltarla cliccando sul seguente link https://youtu.be/EvWymlUEXSE).

Madonna delle Lacrime, perché piangi?

Le tue lacrime sono amore, gioia e speranza.

Il tuo pianto, o Maria,

non ha il sapore

di una storia giunta al termine,

al contrario... ne apre una nuova,

non più come quella di prima.

Le tue Lacrime, o Madre, ... nel tuo volto,

sono come una rugiada di pace che scende sulla nostra vita;

sono Lacrime come di un battesimo

che ci confermano ancora

di essere figli di Dio.

Tu, o Maria, sei viva, perché il Vivente è in te!

E tu, o figlio, va... e dì a tutti il mio Amore con la tua vita.

Ricordare che la decisione di abbracciare il sacerdozio da parte di don Raffaele sia da ricondurla al culto della  Vergine delle Lacrime nel suo santuario di Siracusa, ci lascia pensare ad una grande fede, presupposto necessario per la produzione artistica volta ad indicarci che le lacrime di Maria hanno una finalità etica insopprimibile in chi crede e si stupisce di fronte a questa realtà che è ben lungi da ciò che il cuore desidera.

Non è difficile individuare in don Raffaele l’aspetto pratico del miracolo della Madonna delle Lacrime che assume, non solo per lui ma per tutti i credenti, un’importanza decisiva tanto da collocare l’amore per Maria al vertice della propria vita.

La poetica di don Raffaele   è  strettamente collegata “alle lacrime di Maria” ma non è bidirezionale e sovrapponibile, nel senso che non è Maria che ha bisogno dell’artista ma è l’artista, don Raffaele,  che ha bisogno di Maria.

Luigi Majorca

sabato 7 maggio 2022

TUFFARCI IN FONDO ALL'ABISSO di

 

 DON PAOLO SCQUIZZATO

OMELIA IV domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

Gv 10, 27-30

«Tuffarci in fondo all’abisso, sia Inferno o Cielo, che importa? per trovare qualcosa di nuovo nel grembo dell’Ignoto» (C. Baudelaire, Il viaggio).

La novità è da sempre intesa come un ‘cambiamento radicale’. Un voltare pagina, frantumare l’esistente, sradicare, dissodare, eliminare ciò che è stato, perché qualcosa di nuovo possa sorgere. Tutto ciò si chiama rivoluzione, ma questa prima o poi richiederà sempre un braccio armato.

Gesù non è stato un rivoluzionario, ha piuttosto inteso avviare una riforma, che è qualcosa di profondamente diverso. Non ha mandato all’aria il pregresso, ma ha preso questo e ci ha buttato dentro un po’ di lievito (cfr. 13, 33). La pasta – la realtà – è sempre quella, ed è lì che occorre buttarci dentro il lievito, e tutta lieviterà.
«La felicità è amare ciò che si ha», diceva Agostino, e non desiderare sempre qualcosa di nuovo. E amare ciò che si ha significa ‘insistere’ sulla realtà qui ed ora, senza consumarsi in sogni o sterili desideri. Per questo Jacques Lacan dice che la parola più alta dell’amore è ‘ancora’.

Se il cambiamento impone di passare da un oggetto all’altro, per poi sperimentare a sera che è già vecchio, l’amore reclama lo sforzo titanico dell’approfondire, di scendere in profondità, per poi dire ‘oggi guardo ancora il tuo volto, e anche se è sempre il medesimo, non mi stanco perché è profondo come l’infinito’.

Stiamo morendo di superficialità. Ci si stanca presto di tutto, confondendo vita con vitalità. Ci accontentiamo della spuma del mare, quando lo splendore è racchiuso negli abissi.

Gesù ha amato in questo senso. Non ha cambiato nulla ma trasformato tutto, cominciando con l’acqua in vino alle nozze di Cana, per finire con la morte. Non ha sostituito la morte, l’ha attraversata, e attraversandola l’ha trasfigurata in vita.
Le sue pecore, per le quali darà la vita, sono quelle di sempre: testarde, fragili, paurose; infatti queste lo tradiranno, lo rinnegheranno e l’abbandoneranno. Ma lui insiste, sta ancora con loro, un altro giorno, e un’altra notte ancora. L’amore non abbandona, sta. Ecco cosa fa l’amore, rende eterno ciò che è amato.


Ma che significa ‘rendere eterno qualcosa? Dargli compimento, condurlo a fiorire.
L’amore sottrae a quella data realtà il tarlo della morte; lo salva dal disfacimento, dalla dimenticanza.

“Dire ti amo significa dire: tu non morirai” ci ricorda Gabriel Marcel. Per questo che coloro che amiamo non li perderemo mai. È il nostro amore a renderli ‘per sempre’.

Gesù sta con i suoi, e ci starà anche quando questi non staranno più con lui. Ci starà anche quando la sua amicizia verrà tradita e quando i suoi coltiveranno pensieri di morte contro di lui. E qui l’insegnamento è grande: avere fede non significa tanto credere in Dio, quanto credere che Dio si fiderà ancora di me, senza se e senza ma.
L’amore è cosa strana, più lo si dona, più diventa grande, fecondo. Non s’impoveriranno mai d’amore coloro che amano. Anzi, ne acquisiranno sempre di più.
Aveva ragione il grande Shakespeare quando in ‘Romeo e Giulietta’ quest’ultima rivolgendosi all’amato dice: «Più ti do più ho».

lunedì 2 maggio 2022

IL SORRISO, UNA FORMIDABILE CARICA COMUNICATICA

 Di Luigi Majorca

Giorno 9 aprile ad Augusta in piazza Duomo si è svolta una appassionata iniziativa ad opera della sezione siracusana dell’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie) “La giornata del Sorriso”. Hanno collaborato altre associazioni di volontariato, la “Djonair” el’ “Isola Felice” . Si è voluto elevare dei  bambini sfortunati a protagonisti della giornata ad  un ruolo di primo piano nelle vicende della vita reale.

È importante, che i bambini sviluppino la consapevolezza dei propri stati d’animo, imparino a gestirli, attivando comportamenti per stare bene con se stessi e con gli altri.


Ippocrate, Il grande padre della medicina, fu il primo a capire l’importanza del sorriso. Egli  diceva che: “Da un sorriso nasce sempre un altro sorriso”.  Ci avete fatto caso? È sufficiente guardare un bambino che sorride perché spontaneamente affiori un sorriso di risposta sul viso di chi lo guarda.

Il sorriso è, allora, il più bel contributo per una vigorosa empatia con l’altro. La prossimità con l’altro, con un bambino sorridente, in un contesto del tutto diverso dalla quotidianità della loro vita problematica, ha offerto un significato  diverso della manifestazione ad alcuni amici cursillisti ,Salvo De Luca, Beniamino D’Augusta, Giuseppe Gionfriddo, Peppe Tringali. Infatti, dalla esperienza fatta,  hanno potuto verificare che il camminare insieme con chi ha conosciuto già la sofferenza significa riscoprire come la vita ci concede anche nel disagio situazioni di felicità.



La prossimità con la sofferenza dell’altro e in special modo dei bambini rende grande gioia nella comunità di cui si è parte. Nel movimento deli Cursillos di cristianità  “la prossimità” e “la nuova evangelizzazione” sono obiettivi difficili ma non impossibili da raggiungere nell’attuale contesto del globalismo e del politicamente corretto.

Tuttavia non c’è una ricetta che vale per tutti, non c’é una formula pre-confezionata, bisogna saper operare con spirito di iniziativa e di fantasia a seconda del contesto in cui ci si trova. Così l’aver regalato ai bambini un uovo di Pasqua in prossimità di questa “santa festa” ha assicurato ai piccoli un sorriso ed ai  miei amici ha donato una magnifica esperienza per aver dato allo “Spirito” accoglienza.

Concludiamo con una poesia che ci lascia riflettere :

“Prendi un sorriso,
regalalo a chi non l’ha mai avuto.
Prendi un raggio di sole
fallo volare là dove regna la notte.
Scopri una sorgente
fa bagnare chi vive nel fango.
Prendi una lacrima,
posala sul volto di chi non ha pianto.
Prendi il coraggio,
mettilo nell’animo di chi non sa lottare.
Scopri la vita,
raccontala a chi non sa capirla.
Prendi la speranza,
e vivi nella sua luce.
Prendi la bontà,
e donala a chi non sa donare.
Scopri l’amore,
e fallo conoscere al mondo.”

(Mahatma Gandhi)