OMELIA IV domenica
del Tempo di Pasqua. Anno C
Gv 10, 27-30
«Tuffarci in fondo all’abisso, sia
Inferno o Cielo, che importa? per trovare qualcosa di nuovo nel grembo
dell’Ignoto» (C. Baudelaire, Il viaggio).
La novità è da sempre intesa come un
‘cambiamento radicale’. Un voltare pagina, frantumare l’esistente, sradicare,
dissodare, eliminare ciò che è stato, perché qualcosa di nuovo possa sorgere.
Tutto ciò si chiama rivoluzione, ma questa prima o poi richiederà sempre un
braccio armato.
Gesù non è stato un rivoluzionario, ha
piuttosto inteso avviare una riforma, che è qualcosa di profondamente diverso.
Non ha mandato all’aria il pregresso, ma ha preso questo e ci ha buttato dentro
un po’ di lievito (cfr. 13, 33). La pasta – la realtà – è sempre quella, ed è
lì che occorre buttarci dentro il lievito, e tutta lieviterà.
«La felicità è amare ciò che si ha», diceva Agostino, e non desiderare sempre
qualcosa di nuovo. E amare ciò che si ha significa ‘insistere’ sulla realtà qui
ed ora, senza consumarsi in sogni o sterili desideri. Per questo Jacques Lacan
dice che la parola più alta dell’amore è ‘ancora’.
Se il cambiamento impone di passare da
un oggetto all’altro, per poi sperimentare a sera che è già vecchio, l’amore
reclama lo sforzo titanico dell’approfondire, di scendere in profondità, per
poi dire ‘oggi guardo ancora il tuo volto, e anche se è sempre il medesimo, non
mi stanco perché è profondo come l’infinito’.
Stiamo morendo di superficialità. Ci si
stanca presto di tutto, confondendo vita con vitalità. Ci accontentiamo della
spuma del mare, quando lo splendore è racchiuso negli abissi.
Gesù ha amato in questo senso. Non ha
cambiato nulla ma trasformato tutto, cominciando con l’acqua in vino alle nozze
di Cana, per finire con la morte. Non ha sostituito la morte, l’ha
attraversata, e attraversandola l’ha trasfigurata in vita.
Ma che significa ‘rendere eterno qualcosa? Dargli compimento, condurlo a
fiorire.
L’amore sottrae a quella data realtà il tarlo della morte; lo salva dal
disfacimento, dalla dimenticanza.
“Dire ti amo significa dire: tu non morirai”
ci ricorda Gabriel Marcel. Per questo che coloro che amiamo non li perderemo
mai. È il nostro amore a renderli ‘per sempre’.Gesù sta con i suoi, e ci starà anche
quando questi non staranno più con lui. Ci starà anche quando la sua amicizia
verrà tradita e quando i suoi coltiveranno pensieri di morte contro di lui. E
qui l’insegnamento è grande: avere fede non significa tanto credere in Dio,
quanto credere che Dio si fiderà ancora di me, senza se e senza ma.
L’amore è cosa strana, più lo si dona, più diventa grande, fecondo. Non
s’impoveriranno mai d’amore coloro che amano. Anzi, ne acquisiranno sempre di
più.
Aveva ragione il grande Shakespeare quando in ‘Romeo e Giulietta’ quest’ultima
rivolgendosi all’amato dice: «Più ti do più ho».

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