sabato 27 agosto 2022
QUESTA IMMAGINE DEL DIO TERRIBILE ...
sabato 20 agosto 2022
"PER VOI,LA PORTA DELLA SALVEZZA E' CHIUSA"
Don Paolo Scquizzato
OMELIA XXI domenica del Tempo Ordinario. Anno C
A tutti coloro che pensano di giungere al proprio compimento di persone umane (questa è salvezza), semplicemente attraverso una serie di pratiche come: l’ascolto della Parola: «tu hai insegnato nelle nostre piazze» (v. 26b), una costante pratica eucaristica: «abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza» (v. 26), magari una vita morale irreprensibile, portata avanti anche con una buona dose di sacrifici, Gesù risponde: «Per voi, la porta della salvezza è chiusa! Voi – proprio voi – non so di dove siete. Allontanatevi da me» (vv. 25b. 27)
Quelli che si salveranno, continua Gesù, saranno invece quelli che arriveranno da oriente ed occidente, da settentrione e mezzogiorno (v. 29) – luoghi dove risiedono i popoli maledetti e nemici storici di Israele! Proprio questi entreranno: «siederanno a mensa nel regno di Dio» (v. 29b), ovvero vivranno la comunione più alta con Dio. Interessante: si salva chi è perduto. Gesù, in maniera paradossale, ci invita a cambiare mentalità. Non è il proprio ego, la propria volontà a conquistare il cielo, o se vogliamo la salvezza, ma piuttosto farsi accoglienti ad un qualcosa che è già dato, che è previo, immeritato.
“La grazie è senza sforzo” ebbe a dire Simone Weil. Non vi è alcun premio da conseguire e chi crede di procurarsi la salvezza, è già perduto. Chi vive nella logica del merito, renderà vana la croce di Cristo, dono per tutti i ladroni crocifissi della storia. Ma allora quel «sforzatevi di entrare per la porta stretta» (v. 24) come va interpretato? Non certo come uno ‘sforzatevi con una vita morale e santa di entrare nel paradiso; sforzatevi di essere buoni, di amare, di non fare peccati…’. Anzitutto in greco non c’è sforzatevi bensì “lottate”. Siamo chiamati a lottare contro tutto ciò che impedisce di essere raggiunti, le nostre sovrastrutture religiose, la presunzione di essere dalla parte giusta, di ‘essere dei suoi’, di essere meritevoli della sua attenzione. Tutto questo risulta essere impedimento alla Presenza che desidera solo poter emergere dal nostro essere e trasformarci. Ciò che impedisce a Dio di amarmi non è il mio peccato, la mia debolezza, ma non fare spazio in me al suo dono immeritato, non accettare il suo amore gratuito, perché tutto intento a guadagnarmelo. Impedirò a Dio di amarmi ogni volta che penso che questo amore vada meritato. In questo caso lui non può venire a me, perché egli è venuto solo per gli ammalati e gli ingiusti (cfr. Lc 5, 31). Gesù sta dicendo proprio a noi: “Lottate” (sforzatevi) contro la vostra presunta “ricchezza” spirituale (cfr. Lc 6, 24), i vostri meriti, solo così potrò finalmente venire a recuperare ciò che era perduto (cfr. Lc 19, 10).
La porta sarà sempre stretta, anzi chiusa per ciascuno di noi se viviamo come schiavi dinanzi a un Dio padrone. E sarà larga solo per i miseri e i peccatori, perché da lì passerà il fiume della misericordia di Dio che come Padre si prende cura di tutti i suoi figli. Qualcuno dinanzi a questo Vangelo sconvolgente dirà: allora è tutto ‘facile’, basta stare in un certo quietismo, magari continuando a peccare e aspettare che lui venga a salvarci. E invece no! Per questo Gesù dice: «lottate!». Ci vuole molta più forza per vivere da figli liberi e accettare di essere amati gratuitamente, che vivere da schiavi strisciando a terra come servi per guadagnarsi il suo amore. Ci vuole più forza ad aprire il pugno e stendere il palmo per ricevere il dono, che serrarlo per conquistare il cielo con la propria volontà.sabato 13 agosto 2022
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra
OMELIA XX domenica del Tempo Ordinario. Anno
Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. Gli strumenti per accendere il fuoco furono sistemati davanti al ritratto, e la gente fu invitata a venerare il ritratto e gli strumenti del fuoco, cosa che fece ubbidientemente per secoli.sabato 30 luglio 2022
‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’
“La
campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava
tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così –
disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi
raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai
a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e
divertiti!”. Ma Dio gli disse:
Così è di chi accumula
tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”». Accumulare tesori per sé,
questo è il principio della sofferenza. Tutte le tradizioni ricordano che
illudersi di edificare la propria vita edificando, costruendo, attaccandosi al
potere, l’avere, il successo è il principio della propria sconfitta
esistenziale. T.S. Eliot scrive: ‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’.
Certo, perché come ricorda Gesù, vi è solo un modo per vivere veramente:
morire a sé stessi, ossia risvegliarsi dal sonno dell’illusione. Questo
significa: arricchirsi presso Dio: cogliere, esperire, vivere la realtà
essenziale, autentica della nostra vita. Sapere che c’è una Vita oltre la vita
cui merita dedicarsi, e quindi nutrirla, farla crescere. Come già detto a
commento del vangelo di qualche domenica fa, il rischio mortale che corriamo
tutti, è dare importanza a ciò che è vapore, all’inconsistente,
all’impermanente e che il Qoelet, nella prima lettura di oggi, traduce con
vanità. Viviamo l’illusione che la realtà, i nostri granai, i nostri
attaccamenti, le nostre sicurezze siano fonte della felicità quando invece
sono solo accessori, mezzi ma non il fine. Riposarsi, mangiare, bere,
divertirsi, edificare, ingrandire… son tutte cose importanti, belle magari ma
non toccano ancora la Vita. Questa sta oltre, o sotto. È la Realtà autentica,
il Fondamento, ma ad appannaggio solo dei risvegliati, dagli attenti, dei
saggi. Esistere non vuol dire ancora vivere. La vita stessa di Gesù testimonia
tutto ciò.
«La sua morte non è l’esaltazione del nulla, della vanità, ma è la
negazione della vanità perché abbiamo capito, una volta per sempre, che si può
anche morire non morendo. Chi muore perché c’è qualcosa di più grande della
dialettica vita-morte – cioè l’amore – costui non muore» (E. Balducci). Esiste
un modo di vivere tale da percepire la vita come una metamorfosi continua, per
cui da una parte si sente il proprio corpo come un lento disfarsi, ma
dall’altra si ha la forte consapevolezza che la vita vera si sta rinnovando in
sé in ogni istante, come un crescendo verso una pienezza e un compimento. È
ciò che Paolo intuì scrivendo ai corinzi: «non ci scoraggiamo, ma, se anche il
nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di
giorno in giorno» (2Cor 4, 16). Insomma, «Vivono solo coloro che non hanno
trovato pace nelle provviste fatte» (Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella).sabato 25 giugno 2022
Lascia…, non volgerti indietro di .....
OMELIA Corpo e Sangue di Cristo.
Lc 9, 51-62domenica 19 giugno 2022
PROGRAMMA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE
21 giugno: Inizia la Fiera del Dolce
22 giugno:
Ore 18,15 - Santo Rosario
Ore 18,30 - Coroncina del Sacro Cuore
Ore 19,30 - S. Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.
23 giugno :
Ore 08,30 - Esposizione del SS Sacramento fino alle ore 12,00 con adorazione dei singoli fedeli e dei gruppi parrocchiali.
Ore 18,15 - S. Rosario
Ore 18,30 - coroncina del Sacro Cuore
Ore 19,00 - Santa Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.
24 giugno:
Ore 18,15 - Santo Rosario
Ore 18,30 . Coroncina del Sacro Cuore
Ore 19,00 - Santa Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.
GIORNATA MONDIALE della santificazione sacerdotale.
Sarà presente in Parrocchia mons. Sebastiano Amenta, Vicario Generale dell'Arcidiocesi di Siracusa
sabato 18 giugno 2022
IL CORPO DEL SIGNORE di don P. Scqizzato
OMELIA Corpo e Sangue di Cristo. Anno C
e Marco aggiunge come quell’erba fosse ‘verde’ (Mc 6, 39). Un luogo con molta erba verde, richiama un giardino, e il Giardino nella Bibbia è sinonimo di paradiso. Insomma: il condividere, il prendersi cura della vita dell’altro fa fiorire il proprio deserto esistenziale e trasforma questo nostro mondo incolto, in un qualcosa dal sapere di paradiso.sabato 4 giugno 2022
FARE APPELLO ALLO SPIRITO SANTO di ...
OMELIA Solennità di Pentecoste. Anno C
Gv 14, 15-16.23b-26
«Fare appello allo Spirito Santo vuol dire fare appello alla libertà della coscienza perché la punta alta della coscienza è la punta alta su cui batte il raggio dello Spirito. Per questo lo zelo delle istituzioni è nel coprire tutte le punte perché non appena la coscienza si illumina si scompagina un ordine esistente e il futuro irrompe. Ecco perché le istituzioni sacre hanno perseguitato i profeti; esse li hanno temuti, a cominciare da Gesù» (Ernesto Balducci).
Ogni istituzione, religiosa o laica che sia, ha sempre temuto che le
persone agissero ‘secondo coscienza’, prediligendo persone mute, obbedienti ed
allineate all’autorità costituita, zittendo le voci del dissenso, contrarie al
‘è bene così’ o del ‘s’è sempre fatto così’.
Ogni sistema di potere, dai tempi della Torre di Babele ha auspicato che i
propri sudditi parlassero tutti la medesima lingua – quella del ‘capo’ – nella
speranza che poi agissero anche nel medesimo modo.
Lo Spirito di Dio – insegna Gesù – deve soffiare sempre più forte, dove vuole,
scombinando le carte e facendo sì che ciascuno parli finalmente la propria
lingua, e agisca secondo coscienza.
È interessante notare come nel vangelo Gesù guarisca numerose persone mute.
Mi piace pensare che siano state quelle zittite perché non allineate e
obbedienti all’establishment di turno. Zittite chissà da quando da genitori,
educatori, superiori perché ritenute non interessanti, banali, fuori luogo,
inadeguate. Gesù quando parlava con le persone deve aver avuto la meravigliosa
capacità di infondere in tutte loro la fiducia di poter aprire finalmente
bocca, di convincerle a parlare perché anche loro avevano qualcosa di bello, di
interessante e di unico da dire.
Lo Spirito di Dio soffia, sempre, e comunque, indipendente da chi detiene il
potere. E crea unità in un’umanità formata da genti diverse, religioni diverse,
esperienze diverse in quanto ciascuno è portatore di verità, di bellezza e
fecondità, non fosse altro perché unico e irripetibile.sabato 21 maggio 2022
«SE UNO MI AMA… »
OMELIA VI domenica del Tempo di Pasqua. Anno C
Gv 14, 23-29
«Se uno mi ama… » dice Gesù (v. 23).
Cosa vuol dire “amare Gesù”? Io credo permettergli di
amarmi. Lasciarlo libero di agire in me. Finché ci sono io, non c’è Dio.
La questione è sempre la medesima: «Chi odia la
propria vita in questo mondo, la conserva per vita eterna» (Gv 12, 25), e qui
‘odiare’ significa ‘espropriare’ il proprio falso sé, il proprio ego, per far
spazio al ‘divino che è in noi’, il nostro ‘sé autentico’.
‘Amare Dio’ sarà perciò una sorta di ‘non azione’, al
fine di lasciare a lui l’unica azione che conta. D’altra parte noi siamo per
natura ‘piena ricettività’, e ciò che ci viene richiesto è solo di «coltivare
tutte le nostre potenze mentali, psichiche e sensoriali perché si sviluppi in
noi il divino, di cui poi fare esperienza di tale sbocciare» (W. Jäger).
Una volta che Dio si espanderà in noi, plasmati e
trasformati in lui, diverremo detentori dello Spirito santo (v. 26) e della
pace (v. 27). I due doni del risorto.
E questo Spirito di Dio in noi, assolverà due compiti
fondamentali:
1) «Insegnerà ogni cosa» (v. 26a), ossia che lui è
Padre, che noi siamo figli e quindi che l’unico modo per vivere è lasciarsi
amare, scoprirsi e vivere da fratelli.
2) «ricorderà tutto» (v. 26b). ‘Ri-cordare’,
etimologicamente vuol dire ricondurre nel cuore. Chi è in Dio, chi è stretto in
questa unione, può dimorare finalmente in sé stesso, all’interno di sé, non è
più costretto a perdersi, non è più frantumato in mille pensieri e azioni che
non gli appartengono. Ha le radici ben radicate in sé, al centro del suo cuore.
La pace è la serena certezza che in questa unione
intima con Dio, non è più necessario crearsi nemici per vivere in pace. Infatti
la pace del mondo (cfr. v. 27b), è quella fondata sulla violenza, sulla paura,
sul dominio, su pericolosi giochi d’equilibrio. La pace di Cristo è frutto
della vittoria del bene sul male, o meglio del male attraversato dal bene.
La consapevolezza di essere una cosa sola con la
divinità che ci pervade, ci fa vivere nella pace, quella che niente e nessuno
potrà mai toglierci.
sabato 14 maggio 2022
Quando Giuda fu uscito ....
OMELIA V domenica
del Tempo di Pasqua. Anno C
Gv 13, 31-33a.34-35
«Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse:
“Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”».
Il tradimento, il massimo del male subìto, Gesù lo fa coincidere col massimo
della gloria. Il buio che colpisce Gesù, diventa possibilità di manifestare la
luce, la stoffa di cui è fatto l’Amore, la divinità.Le nostre fragilità, limiti, fallimenti, il male invincibile che ci accompagna possono diventare – se solo lo volessimo – il luogo della manifestazione della gloria di Dio, della ri-creazione, dell’inizio di qualcosa di nuovo e inaudito.
«Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo:
Sulla croce abbiamo la manifestazione massima dell’essenza dell’Amore; lassù viene in qualche modo rivelato il nome stesso del divino, la sua stessa sostanza.
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni
gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v.
34). La novità di questo comandamento sta nel far perdere a questo l’aspetto di
legge. Con Gesù s’è chiusa l’epoca dell’osservanza di leggi sterili, e s’è
aperta la possibilità di vivere una vita nuova, attraverso il bene vicendevole,
in ultima analisi la possibilità di fare esperienza del divino.
Le leggi servono perché possiamo arrivare a farne a meno.
Gesù non propone nuove esigenze, altri imperativi etici, pesi insopportabili da
portare, ma elargisce un dono.
Infatti l’amore non obbliga mai, dona. E se ‘comanda’ qualcosa prima lo
concede.
«Donami o Dio ciò che mi comandi, e poi comandami ciò che vuoi» (Agostino).
venerdì 13 maggio 2022
UN APPASSIONANTE ROLLO
L’azione apostolica di
Scuola Responsabili del 12 maggio 2022
L’azione apostolica o apostolato è far diventare discepoli di Cristo tutti gli uomini, per amore di Dio e del prossimo. (don Luca Saraceno 28 luglio 2013)
La relazione di Peppe Tringali è stata intelligente fatta in puro stile cursillista, pervasa da tre interessanti vivenze. Ha concluso con un bellissimo pensiero dedicato alla propria moglie, fonte d'ispirazione, che ha suscitato nei presenti forti emozioni e sentimenti seducenti. Dedicandole il rollo, il relatore ha inteso generosamente condividere con i suoi amici le gioie, i dolori e le malattie di sua moglie, come se fosse la sua stessa vita. "Ama tua moglie come ami il tuo corpo e la tua vita." (Efesini 5:28-33)
Il relatore approfondisce questo tema sostenendo che solo “ Da una relazione con Dio, conseguenza della vera preghiera, deriva la forza che rende efficace l'azione apostolica. Se manca questa dimensione spirituale, l'apostolato può diventare mero attivismo.” Allora é solo seguendo la via della preghiera che giungiamo a realizzare una vera azione apostolica. “Più preghiera, più azione”.
“In
questo tempo di consumismo e immagine, abbiamo anche imparato a diffidare da
quelli che ci promettono cose buone. In questo contesto, la parola
«evangelizzare» può fare paura. Per questo oggi si può riuscire a proporre la propria
fede solo attraverso la testimonianza del proprio vivere quotidiano.”
Dall’intima relazione con Cristo nella
solitudine della nostra preghiera sboccia la pressante domanda: “Che cosa hai fatto di tuo
fratello?” Allora, Il relatore si chiede “quale sia l’unità di misura dell’essere cristiano, la
forza tipica e primaria su cui fare leva, nel tentativo di fare conoscere
Cristo ai fratelli attraverso il nostro agire e le nostre testimonianze.”
Riflette e conclude: E’ dalla “ unione con Cristo, che mantiene viva la grazia di Dio in noi, che si realizza qualsiasi attività apostolica, visto che “la nostra attività sarà realmente apostolica nella misura in cui lasciamo che sia Dio a lavorare in noi e attraverso di noi. Così, più riceviamo nella preghiera di silenzio, più possiamo dare, nella nostra vita attiva e nel nostro lavoro.” Conclude: “Fidandoci di Lui e della Sua Grazia”.
Luigi Majorca
domenica 8 maggio 2022
FEDE, POESIA e REALTA’
Molto si è scritto sulla Madonna, da San Francesco d'Assisi ad Alda Merini nei giorni nostri. Tante poesie hanno magnificato la Santa Vergine Maria sotto profili diversi, così si è sublimato il rapporto tra Maria e Gesù nel contesto del vangelo e della sua passione (Jacopone da Todi, Donna de Paradiso nella rielaborazione della crocifissione di Cristo). Non trovo tuttavia espressioni artistiche che riguardano l’aspetto vocazionale, così come è sovrabbondante nella poetica di don Raffaele Aprile.
Questa bella poesia dal titolo “Vergine delle lacrime” è l'ultima creatura della sua inesauribile produzione
artistica recitata ed interpretata in inglese da
Pascal Meyer SJ (potete ascoltarla cliccando sul seguente link https://youtu.be/EvWymlUEXSE).
Madonna
delle Lacrime, perché piangi?
Le tue lacrime sono
amore, gioia e speranza.
Il tuo pianto, o Maria,
non ha il sapore
di una storia giunta al
termine,
al contrario... ne apre
una nuova,
non più come quella di
prima.
Le tue Lacrime, o
Madre, ... nel tuo volto,
sono come una rugiada
di pace che scende sulla nostra vita;
sono Lacrime come di un
battesimo
che ci confermano
ancora
di essere figli di Dio.
Tu, o Maria, sei viva,
perché il Vivente è in te!
E tu, o figlio, va... e
dì a tutti il mio Amore con la tua vita.
Ricordare che la decisione di abbracciare il sacerdozio da parte di don Raffaele sia da ricondurla al culto della Vergine delle Lacrime nel suo santuario di Siracusa, ci lascia pensare ad una grande fede, presupposto necessario per la produzione artistica volta ad indicarci che le lacrime di Maria hanno una finalità etica insopprimibile in chi crede e si stupisce di fronte a questa realtà che è ben lungi da ciò che il cuore desidera.
Non è difficile individuare in don Raffaele l’aspetto pratico
del miracolo della Madonna delle Lacrime che assume, non solo per lui ma per
tutti i credenti, un’importanza decisiva tanto da collocare l’amore per Maria
al vertice della propria vita.
La poetica di don Raffaele è strettamente collegata “alle lacrime di Maria”
ma non è bidirezionale e sovrapponibile, nel senso che non è Maria che ha
bisogno dell’artista ma è l’artista, don Raffaele, che ha bisogno di Maria.
Luigi Majorca
















