martedì 11 ottobre 2022

LA LITURGIA

 

Di Don Angelo Saraceno

 

«La liturgia è la dimensione fondamentale per la vita della Chiesa»

(Papa Francesco, Desiderio desideravi 1).

 La liturgia è opera di Cristo e della Chiesa. In essa si attua l’opera della nostra salvezza, il culto perfetto a Dio e la santificazione dell’umanità.

Quali le dimensioni della liturgia ?

 ·         DIMENSIONE CRISTOLOGICA E SACRAMENTALE. Nella liturgia e nei sacramenti si celebra la Pasqua di Cristo.

 

·         DIMENSIONE MEMORIALE. Nella liturgia non si fa semplicemente “memoria” di un evento passato avvenuto millenni fa, ma si fa “memoriale” della Redenzione di Cristo. Questo significa che l’opera della salvezza compiuta da Cristo duemila anni fa, nella liturgia diventa salvezza operata per me

nell’oggi della mia esistenza. Nell’atto liturgico, passato, presente e futuro si incontrano in un attimo eterno di salvezza.

 

DIMENSIONE ESCATOLOGICA. La liturgia è anticipo della gloria futura dei Figli di Dio. «Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l’inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà, egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria» (Sacrosanctum Concilium 8).

·         DIMENSIONE ANTROPOLOGICA. Tutto l’essere umano, tutta la Creazione, partecipa ed è coinvolta nella liturgia.

 

·         DIMENSIONE ECCLESIALE. Tutta la Chiesa, non solo il ministro, celebra nella liturgia il Mistero Pasquale di Cristo e l’opera della nostra redenzione. «Il soggetto che agisce nella Liturgia è sempre e solo Cristo-Chiesa, il Corpo mistico di Cristo» (Desiderio desideravi 15).

  

RISCOPRIRE LA DIMENSIONE LITURGICA DEL SILENZIO

 «Tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. […] Il silenzio liturgico è […] il simbolo della presenza e dell’azione dello Spirito Santo che anima tutta l’azione celebrativa, ..... il silenzio muove al pentimento e al desiderio di conversione; suscita l’ascolto della Parola e la preghiera; dispone all’adorazione del Corpo e del Sangue di Cristo; suggerisce a ciascuno, nell’intimità della comunione, ciò che lo Spirito vuole operare nella vita per conformarci al Pane spezzato. Per questo siamo chiamati a compiere con estrema cura il gesto simbolico del silenzio: in esso lo Spirito ci dà forma»  (Desiderio desideravi 52).

 

RISCOPRIRE LA DIMENSIONE MINISTERIALE DELLA LITURGIA

 È la comunità ecclesiale che celebra, non il singolo. Il ministro ordinato (Vescovo, presbitero, diacono) presiede l’azione liturgica, agisce nella persona di Cristo e lo rende sacramentalmente presentenell’assemblea cristiana (Desiderio desideravi 57).

Tuttavia, nella liturgia intervengono anche altri ministeri: il ministrante, il lettore, il cantore, il ministro straordinario della comunione, l’accolito, quanti intervengono nella raccolta delle offerte, nel portare i doni per il sacrificio eucaristico durante l’offertorio e nel guidare l’assemblea nel canto, nella preghiera e negli altri gesti rituali. TUTTI svolgono un ministero, istituito o di fatto, che ha una sua importanza e dignità. « Pietro e gli altri stanno a quella mensa, inconsapevoli eppure necessari» (Desiderio desideravi 3).

 «Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado» (Sacrosanctum Concilium 7).

 

Estratto dalla catechesi comunitaria di don A. Saraceno del 4.10-22

lunedì 10 ottobre 2022

GRAZIE DON TANINO

 Don Gaetano  Silluzio,   parroco della parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Siracusa giorno 2 ottobre ha festeggiato il suo 51° anno di sacerdozio.

Don Gaetano Silluzio è nato a Sortino il 14 settembre 1946, è stato ordinato sacerdote il 2 ottobre 1971 a Sortino. La sua formazione si è svolta presso il Seminario di Siracusa, lo Studio Teologico a Catania e presso la Pontificia Università Lateranense ha conseguito la licenza in Teologia e la licenza in Diritto Canonico. Già parroco della parrocchia di Cristo Re di Lentini, é stato parroco della Parrocchia Sacro Cuore di Gesù di Siracusa dall' 1 gennaio 1993. 

 Tutti i parrocchiani lo hanno ringraziato per averli guidati  con affetto, pazienza e perseveranza. È stata una ricorrenza particolarmente significativa non soltanto per il settantaseienne sacerdote ma per tutti quanti lo conoscono e lo stimano.

Domenica 23 ottobre  2022, diremo addio a Don Gaetano (chiamato don Tanino).  Dopo  tanto lavoro fatto insieme, siamo tutti molto dispiaciuti per il pensionamento del  nostro parroco che tanto ha fatto per la comunità, specialmente per essersi speso per tutti coloro che hanno avuto più bisogno.

Un affettuoso saluto e un rammarico il mio, lui andrà via portando con sé le sue cose, ma lascerà a noi parrocchiani tutti, una enorme ricchezza.    

Caro Don Tanino, dimenticarti sarà impossibile, perché ciascuno di noi parlerà di te, testimonieranno la tua eredità, ognuno di noi conserverà di te un ricordo tutto suo, particolare, unico, personale, così come particolare, unico e personale è stato il suo rapporto con te.  

Grazie Don Tanino.

                                                            Luigi Majorca  

domenica 2 ottobre 2022

ULTREYA DI AUGUSTA - CALENDARIO 1.10/39.11.2022

 



ULTREYA di  AUGUSTA

Calendario Ottobre-Novembre 2022

Educare ed educarci alla cultura dell’INCONTRO e al coraggio dell’alterità.

Camminare e sognare insieme è la parola di questa stagione ecclesiale che sogna una chiesa appassionata all’umano ed impregnata di cielo.

VOLARE INSIEME

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02/10 Domenica

Ore 16.00     Preparazione Campo Base in Parrocchia

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03/10 Lunedì

Il Rettore e P. Angelo

Ore 19.30-21.00      Incontro Ultreya

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04/10 Martedì

Ore 18.30               Catechesi Comunitaria         Papa Francesco Desiderio Desideravi”

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 16/10       Domenica      Mandato  per il Prossimo Campo Base

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17/10        Lunedì

Ore 19.30                Incontro Ultreya

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18/10        Martedì

Ore 18.30               Catechesi Comunitaria

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21/10          Venerdì

Ore 19.30                 Preparazione Campo Base

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22/10          Sabato

Ore 8.00                S. Messa e trasferimento Centro Utopia per Montaggio Campo Base

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24/10    Lunedì

Ore 19.30                Incontro Ultreya

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28/10         Venerdì

Ore 19.30               Preparazione Campo Base

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29/10          Sabato

Ore 18.00               Inizio 33° Campo Base

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Novembre

01/11     Martedì

Ore 20.00 Rientro 33° Campo Base 

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04/11     Venerdì

Ore 20.00               Giorno Campo Base Centro Utopia

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07/11        Lunedì

Ore 19.30                Incontro Ultreya

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14/11        Lunedì

Ore 19.30                Incontro Ultreya

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15/11        Martedì

Ore 18.30                 Catechesi Comunitaria

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21/11        Lunedì

Ore 19.30                Incontro Ultreya

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22/11        Martedì

Ore 18.30               Catechesi Comunitaria

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PS. Il calendario lo trovate anche nella pagina eventi

venerdì 30 settembre 2022

Credo che una grande colpa di un certo cristianesimo.....

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXVII domenica del Tempo Ordinario. Anno C

«Gli apostoli dissero al Signore: 6-″Accresci in noi la fede!”. Il Signore rispose: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
7-Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? 8-Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 9-Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10-Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». (Lc 17, 5-10)
Credo che una grande colpa di un certo cristianesimo – di sempre – sia stato quello di tradire la terra in nome del cielo. Pensare che tutto si risolva in un indefinito ‘aldilà’, mentre qui, in questa ‘valle di lacrime’ siamo solo di passaggio, e che per quanto ora possiamo soffrire, ciò che ci sarà riservato in paradiso ci farà dimenticare tutto il male subìto.
Ebbene, no. Questo non è cristianesimo, questo non è vangelo ma soprattutto non è essere uomini e donne di fede. Gesù non ha mai identificato la fede col quieto vivere, non ha mai invitato a tradire la terra in nome del cielo, non ha mai parlato di aldilà come dimora di anime pie, o di premi di consolazione celesti per religiosi frustrati.
Dovremmo inserire nei nostri catechismi una virtù in più, ovvero la ‘fede nell’umanità’. Forse, prima di credere in Dio, sarebbe necessario cominciare a credere nell’uomo: «la fede nella possibilità che l’uomo ha di liberarsi del suo male è una qualità straordinaria. La fede nell’uomo è la fede nell’impossibile, è la fede, per esempio per chi lotta perché il mondo sia fatto da uomini eguali fra loro e senza violenza» (Balducci).
Ci portiamo dentro l’idea che l’uomo – per la sua innata debolezza – da solo non ce la può fare, che ci voglia comunque un dio che lo sollevi, che gli dia una mano, che lo aiuti con la sua santa ‘grazia’. Ma il Vangelo di oggi è chiarissimo: ‘solo dopo che hai fatto tutto ciò che dovevi fare, solo dopo aver vissuto da uomo, fino all’estremo, sino alla morte, solo dopo potrai dire “sono un servo inutile”’. Ma non prima. Non ti è dato disertare la storia, sino a quando non sarai venuto alla luce della tua squisita umanità, fino a quando non diventerai finalmente vivo. Anche perché ‘alla fine’ a risorgere saranno solo i vivi, non i morti.
L’uomo religioso invece ha l’insana abitudine di dire già in corso d’opera: ‘sono inutile’, e ‘ho bisogno di un dio come stampella delle mie insufficienze, tappabuchi della mia inconsistenza’.
La fede nell’umano occorrerebbe mettere in campo nel nostro vivere quotidiano. Fede come fiducia nella capacità di bene insita in noi stessi, nella nostra retta coscienza, nella nostra profondissima capacità di amare. Si sposterebbero così montagne di odio e di violenza, d’intolleranza e d’ignoranza.
Oggi, ancora qualcuno crede in Dio, ma chi crede ancora nella bontà dell’uomo?
«Abbiamo avuto uomini che hanno saputo morire per il futuro dell’umanità, hanno dato voce alla specie umana e sono morti per questo. Che importa se dicevano che in cielo non c’è nessuno? In cielo ci sono tanti idoli. Ce li abbiamo messi noi. Forse è una via necessaria anche quella di spopolarlo, visto che molta sostanza di umanità è stata proiettata e come alienata nel cielo delle immaginazioni. Quel che conta è la fede nel futuro dell’umanità. Dobbiamo essere intransigenti contro i rassegnati. I veri nemici del futuro non sono i cattivi, i terroristi, ma i rassegnati.
C’è una serenità illegittima, come quella di certe comunità di fede che si riuniscono e poi si nutrono di Alleluja in un mondo pieno di armi. La fede seria è quella che ci mette di fronte all’Epulone e al Lazzaro e ci chiede di pronunciarci» (Balducci).

mercoledì 28 settembre 2022

Bentornata Ultreya

Il Rettore, Pippino, con l'assistente Spirituale don Angelo Saraceno



L'accoglienza




L'INVOCAZIONE DELLO SPIRITO SANTO


LA VIVENZA






DAVANTI AL SANTISSIMO PER LE PREGHIERE PERSONALI



I SALUTI. A LUNEDI' PROSSIMO



 

sabato 17 settembre 2022

MA IO OGGI COSA POSSO FARE ?

 Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXV domenica del Tempo Ordinario. Anno C


A questo punto la domanda: “Ma io oggi cosa posso fare?». La medesima che si pone l’amministratore infedele e corrotto della nostra parabola.
Gesù non ha mai detto di abbandonare il mondo e tanto meno di gettare via le proprie sostanze, ma di usarle in maniera ‘scaltra’ (cfr. v. 8). Questo mondo iniquo comincerà a dissolversi – forse – nel momento in cui si comincerà a vivere nella logica della condivisione, che dovrà divenire stile di vita non solo personale (e in questo supererà l’elemosina), ma famigliare, e poi di quartiere, cittadino, nazionale, mondiale.
Attenzione: non è questione di dare, ma di condividere!

Le prime comunità cristiane impararono ben presto che a rendere compiuta e felice una vita non poteva essere la prassi religiosa interna ad una sinagoga, e neanche la cura del proprio ristretto nucleo famigliare, ma il mettere quanto posseduto in comune perché nessuno potesse dirsi bisognoso (cfr. At 4, 34), e di partecipare alla moltitudine la miseria dei propri ‘cinque pani e due pesci’ per poi sperimentare il miracolo che quel cibo solo perché condiviso può anche essere moltiplicato, divenendo così sufficiente per tutti (cfr. Mt 14, 17ss).
Una domanda: tutto questo è forse utopia? Sogno? Ingenuità? Probabilmente, ma qualcuno, a partire da Gesù di Nazareth ci ha creduto e l’ha vissuto, testimoniando che è la sola modalità di vita che permetterà agli uomini di vivere una storia più forte della morte, perché col sapore dell’amore e quindi capace di far vivere per sempre

sabato 10 settembre 2022

LUCA AMA LA PERDITA ....

DON PAOLO SCQUIZZATO

 OMELIA XXIV domenica del Tempo Ordinario. 

Lc 15, 11-32

In questo Vangelo tutti perdono qualcosa. Un pastore perde una pecora, una donna perde una moneta e poi c’è un padre che se non perde un figlio, lascia di fatto che un figlio si perda.
Luca ama la perdita e la condizione dei perduti: per lui in fondo l’Amore è proprio per questi, tanto da far dire a Gesù: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò̀ che era perduto» (Lc 19, 10).
La divinità è come aborrisse il vuoto, e fosse obbligato a riempirlo. Vige, nelle cose di Dio, una sorta di legge di natura: come il gas riempie ogni anfratto trovato vuoto, così l’energia divina riempirà ogni spazio di non presunzione, di abbandono.
Non dobbiamo far nulla nei confronti della divinità, se non arrenderci, depositare armi ed espedienti posti in essere per conquistarla. Occorre ‘rimanere’, e accorgersi che la meta è sempre stata qui. Dobbiamo solo goderne.
Il ‘figlio maggiore’ della parabola ragiona in maniera diametralmente opposta. Lavora molto per il suo padre/padrone. Non disattendendo un comando del suo datore di lavoro alla fine pretende il salario-ricompensa, quello riservato ai servi. Ma il padre gli dirà: ‘tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo’. Siamo della stessa sostanza, come puoi fare qualcosa per me? Devi solo prendere consapevolezza che sei già ciò che vorresti essere: “Ciò tu sei”, tu sei me! Non devi raggiungere nulla, perché non c’è nulla da raggiungere!

Il figlio minore ha vagato, ha sperperato, è rimasto senza nulla, e proprio per questo può fare esperienza del Nulla, ossia della divinità che non è né questo né quello.
‘Chi perderà la propria vita la troverà’ dice Gesù, infatti il perduto non può far altro che abbandonarsi e sprofondarsi nella pasta di cui è costituito, il divino, sperimentando in questo modo la beatitudine, lo stato di quiete, di pace non dipendente da fattori esterni, da prestazioni e conquiste. E qui non vi è più paura e ansia. Se la divinità è vero che giace nel fondo dell’anima come ci ricorda la mistica, e se il nostro piccolo io, il nostro ego non sarà più ancorato, attaccato a qualcosa di esterno – aspettative, ricompense, desideri- allora l’uomo cadrà inevitabilmente come la mela di Newton. Dove? Nella divinità. Perché, lo ripetiamo, la divinità per sua natura, come la sabbia e l’acqua, saturerà tutto ciò che è vuoto.
«Dove e quando egli ti trova pronto cioè vuoto, deve operare ed effondersi in te, proprio come il sole non può fare a meno di effondersi, e nulla può trattenerlo, quando l’aria è limpida e pura» (Meister Eckhart).

sabato 3 settembre 2022

DI VITA NE ABBIAMO DUE

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXIII domenica del Tempo Ordinario. 

Lc 14, 25-33

Per trasformarci da servi a discepoli, da fantocci ad esseri umani, occorre ‘odiare’ ogni tipo di potere in grado d’inficiare il nostro vero Sé.
Sarebbe necessario disidentificarci con ogni dimensione storica, con la nascita e la morte, gli alti e i bassi, gli inizi e le conclusioni. In questo modo impareremo a conoscere ciò che sta a fondamento del nostro essere, ovvero la realtà suprema, o se vogliamo il nostro vero Sé.
«Sulla superficie dell’oceano ci sono molte onde, alcune alte, altre basse, alcune belle, altre meno. Tutte hanno un inizio e una fine. Ma quando entrate in profondo contatto con le onde, realizzate che le onde sono fatte soltanto d’acqua, e dal punto di vista dell’acqua non ci sono inizio e fine, alti e bassi, nascita e morte» (Thich Nhat Hanh).

Sebbene siamo onda, ci persuadiamo d’essere ‘solo’ questo, dimentichi di essere invece l’acqua che costituisce l’onda. Diamo importanza alla forma dell’onda, al suo peso, alla struttura, a ciò che – per quanto possa essere bello e prezioso – è comunque momentaneo, impermanente. La nostra profonda realtà è essere quell’acqua che non ha inizio e fine, infinita, senza nascita e senza morte. Ma ci inganniamo, investendo le nostre energie su ciò che si muove in superficie.
Per questo Gesù insiste sull’esigenza di staccarci da tutto ciò che impedisce di vivere veramente, rompendo con l’illusione che la vita risieda in ciò che è destinato a passare, fossero anche cose belle e importanti appunto come gli affetti più cari (padre, madre, figli, fratelli, sorelle…) e persino la propria vita. Certo, perché di vita ne abbiamo due, quella biologica che si nutre dell’effimero, che è costituita da nascita e morte, e la Vita che ci attraversa, che è da sempre e destinata a non finire, e ci fa partecipare come nell’Uno a tutto e a tutti.

sabato 27 agosto 2022

QUESTA IMMAGINE DEL DIO TERRIBILE ...

 Don Paolo Scquizzato


OMELIA XXII domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Eb 12, 18-19.22-24a
Lc 14, 1.7-14

«Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola» (Eb 12, 18s.).
Questo passo della seconda lettura di oggi, ricorda ai cristiani come al tempo di Mosè circolasse un’idea di Dio capace di incutere ‘timore e tremore’, arrivando ad auspicare che quel dio arrivasse a non rivolgere più loro la parola. Questa immagine del dio terribile era veicolata da un sistema gerarchico, che – oltre al fatto di porsi come mediazione tra cielo e terra – faceva della paura il mezzo favorito per gestire le masse e quindi il fatto religioso: al tempo di Gesù era ben strutturato: il Sinedrio all’apice, a seguire gli anziani del Tempio e gli scribi, ovvero i teologi della legge e della morale, e poi i farisei. Alla base della piramide uomini e donne, la massa indistinta dei fedeli.
Gesù, è venuto a dire e a mostrare, come questa immagine di Dio fosse chiaramente blasfema. Egli ha sempre denunciato ogni gerarchia che presumesse di collegare cielo e la terra, e quindi ogni mediazione umana e chiunque si arrogasse il diritto di farsi guardiano delle cose di Dio. Tra Dio e i suoi figli non esistono mediatori: «Quando pregate dite Padre» (Lc 11, 2), e si ‘conoscerà’ Dio solo nella misura in cui si ‘conoscerà’ l’uomo, nella fattispecie il più povero e indigente.
Il Concilio Vaticano II (1965) farà sua questa certezza evangelica: il popolo di Dio – la Chiesa – è un l’insieme di donne e uomini di per sé ‘regale’, ossia senza capi né regnanti che dominano su di essa. È il popolo re di sé stesso.
La Chiesa tutta è un popolo sacerdotale: non si danno dunque preti, vescovi, papi che possano fungere da mediatori fra l’insieme dei fedeli e la divinità perché il popolo medesimo possiede il sacerdozio, in quando tutti sono sacerdoti in virtù del loro battesimo.
E infine la Chiesa è un popolo profetico capace cioè di pensare e leggere la storia con saggezza intravedendo nell’ascoltando anzitutto della propria coscienza il cammino da seguire senza il bisogno di qualcuno che lo debba ammaestrare, dirigere e condurre dall’alto.
La Parola di questa domenica è tutta volta a rispondere alla domanda fondamentale: dove poter incontrare dunque il volto autentico di Dio? Non quello terrifico impiegato da alcuni a proprio uso e consumo, ma quello narratoci da Gesù di Nazareth?
Non in un cielo che si dà a noi attraverso mediazioni umane che sotto condizione (morale, cultuale, rituale…) si arrogano il diritto di aprirne o sbarrarne le porte. (cfr. Mt 23, 13), ma piuttosto nell’uomo assetato e affamato.
Il Vangelo di oggi è inequivocabile a riguardo.
La società che viene auspicata dal nazareno – conforme al sogno di Dio – non è quella formata da un gruppuscolo religioso certo di stare dalla parte di Dio o peggio ancora che Dio stia dalla propria, ma quella dove a tutti è dato sedersi alla medesima mensa per poter condividere i beni della terra, e fare festa attraverso il reciproco perdono, senza distinzione tra ricchi e poveri, gerarchie e ‘fedeli’, santi e peccatori.
«Questo è l’esser cristiani. Il nome di Dio viene dopo. È meglio che non si pronunci, per ora, perché ci imbroglia, e perché reintroduce un’idea creata dalla classe del potere. Solo se io amo il povero posso pensare a Dio senza sbagliare. Se non penso all’uomo, penso a Dio sbagliando. Questa è la verità che viene dal Vangelo» (Ernesto Balducci).7h

sabato 20 agosto 2022

"PER VOI,LA PORTA DELLA SALVEZZA E' CHIUSA"

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXI domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Lc 13,22-30

A tutti coloro che pensano di giungere al proprio compimento di persone umane (questa è salvezza), semplicemente attraverso una serie di pratiche come: l’ascolto della Parola: «tu hai insegnato nelle nostre piazze» (v. 26b), una costante pratica eucaristica: «abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza» (v. 26), magari una vita morale irreprensibile, portata avanti anche con una buona dose di sacrifici, Gesù risponde: «Per voi, la porta della salvezza è chiusa! Voi – proprio voi – non so di dove siete. Allontanatevi da me» (vv. 25b. 27)

Quelli che si salveranno, continua Gesù, saranno invece quelli che arriveranno da oriente ed occidente, da settentrione e mezzogiorno (v. 29) – luoghi dove risiedono i popoli maledetti e nemici storici di Israele! Proprio questi entreranno: «siederanno a mensa nel regno di Dio» (v. 29b), ovvero vivranno la comunione più alta con Dio. 

Interessante: si salva chi è perduto. Gesù, in maniera paradossale, ci invita a cambiare mentalità. Non è il proprio ego, la propria volontà a conquistare il cielo, o se vogliamo la salvezza, ma piuttosto farsi accoglienti ad un qualcosa che è già dato, che è previo, immeritato.

“La grazie è senza sforzo” ebbe a dire Simone Weil. Non vi è alcun premio da conseguire e chi crede di procurarsi la salvezza, è già perduto. Chi vive nella logica del merito, renderà vana la croce di Cristo, dono per tutti i ladroni crocifissi della storia. Ma allora quel «sforzatevi di entrare per la porta stretta» (v. 24) come va interpretato? Non certo come uno ‘sforzatevi con una vita morale e santa di entrare nel paradiso; sforzatevi di essere buoni, di amare, di non fare peccati…’. Anzitutto in greco non c’è sforzatevi bensì “lottate”. Siamo chiamati a lottare contro tutto ciò che impedisce di essere raggiunti, le nostre sovrastrutture religiose, la presunzione di essere dalla parte giusta, di ‘essere dei suoi’, di essere meritevoli della sua attenzione. Tutto questo risulta essere impedimento alla Presenza che desidera solo poter emergere dal nostro essere e trasformarci. Ciò che impedisce a Dio di amarmi non è il mio peccato, la mia debolezza, ma non fare spazio in me al suo dono immeritato, non accettare il suo amore gratuito, perché tutto intento a guadagnarmelo. Impedirò a Dio di amarmi ogni volta che penso che questo amore vada meritato. In questo caso lui non può venire a me, perché egli è venuto solo per gli ammalati e gli ingiusti (cfr. Lc 5, 31). Gesù sta dicendo proprio a noi: “Lottate” (sforzatevi) contro la vostra presunta “ricchezza” spirituale (cfr. Lc 6, 24), i vostri meriti, solo così potrò finalmente venire a recuperare ciò che era perduto (cfr. Lc 19, 10).

La porta sarà sempre stretta, anzi chiusa per ciascuno di noi se viviamo come schiavi dinanzi a un Dio padrone. E sarà larga solo per i miseri e i peccatori, perché da lì passerà il fiume della misericordia di Dio che come Padre si prende cura di tutti i suoi figli. Qualcuno dinanzi a questo Vangelo sconvolgente dirà: allora è tutto ‘facile’, basta stare in un certo quietismo, magari continuando a peccare e aspettare che lui venga a salvarci. E invece no! Per questo Gesù dice: «lottate!». Ci vuole molta più forza per vivere da figli liberi e accettare di essere amati gratuitamente, che vivere da schiavi strisciando a terra come servi per guadagnarsi il suo amore. Ci vuole più forza ad aprire il pugno e stendere il palmo per ricevere il dono, che serrarlo per conquistare il cielo con la propria volontà.