mercoledì 28 settembre 2022

Bentornata Ultreya

Il Rettore, Pippino, con l'assistente Spirituale don Angelo Saraceno



L'accoglienza




L'INVOCAZIONE DELLO SPIRITO SANTO


LA VIVENZA






DAVANTI AL SANTISSIMO PER LE PREGHIERE PERSONALI



I SALUTI. A LUNEDI' PROSSIMO



 

sabato 17 settembre 2022

MA IO OGGI COSA POSSO FARE ?

 Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXV domenica del Tempo Ordinario. Anno C


A questo punto la domanda: “Ma io oggi cosa posso fare?». La medesima che si pone l’amministratore infedele e corrotto della nostra parabola.
Gesù non ha mai detto di abbandonare il mondo e tanto meno di gettare via le proprie sostanze, ma di usarle in maniera ‘scaltra’ (cfr. v. 8). Questo mondo iniquo comincerà a dissolversi – forse – nel momento in cui si comincerà a vivere nella logica della condivisione, che dovrà divenire stile di vita non solo personale (e in questo supererà l’elemosina), ma famigliare, e poi di quartiere, cittadino, nazionale, mondiale.
Attenzione: non è questione di dare, ma di condividere!

Le prime comunità cristiane impararono ben presto che a rendere compiuta e felice una vita non poteva essere la prassi religiosa interna ad una sinagoga, e neanche la cura del proprio ristretto nucleo famigliare, ma il mettere quanto posseduto in comune perché nessuno potesse dirsi bisognoso (cfr. At 4, 34), e di partecipare alla moltitudine la miseria dei propri ‘cinque pani e due pesci’ per poi sperimentare il miracolo che quel cibo solo perché condiviso può anche essere moltiplicato, divenendo così sufficiente per tutti (cfr. Mt 14, 17ss).
Una domanda: tutto questo è forse utopia? Sogno? Ingenuità? Probabilmente, ma qualcuno, a partire da Gesù di Nazareth ci ha creduto e l’ha vissuto, testimoniando che è la sola modalità di vita che permetterà agli uomini di vivere una storia più forte della morte, perché col sapore dell’amore e quindi capace di far vivere per sempre

sabato 10 settembre 2022

LUCA AMA LA PERDITA ....

DON PAOLO SCQUIZZATO

 OMELIA XXIV domenica del Tempo Ordinario. 

Lc 15, 11-32

In questo Vangelo tutti perdono qualcosa. Un pastore perde una pecora, una donna perde una moneta e poi c’è un padre che se non perde un figlio, lascia di fatto che un figlio si perda.
Luca ama la perdita e la condizione dei perduti: per lui in fondo l’Amore è proprio per questi, tanto da far dire a Gesù: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò̀ che era perduto» (Lc 19, 10).
La divinità è come aborrisse il vuoto, e fosse obbligato a riempirlo. Vige, nelle cose di Dio, una sorta di legge di natura: come il gas riempie ogni anfratto trovato vuoto, così l’energia divina riempirà ogni spazio di non presunzione, di abbandono.
Non dobbiamo far nulla nei confronti della divinità, se non arrenderci, depositare armi ed espedienti posti in essere per conquistarla. Occorre ‘rimanere’, e accorgersi che la meta è sempre stata qui. Dobbiamo solo goderne.
Il ‘figlio maggiore’ della parabola ragiona in maniera diametralmente opposta. Lavora molto per il suo padre/padrone. Non disattendendo un comando del suo datore di lavoro alla fine pretende il salario-ricompensa, quello riservato ai servi. Ma il padre gli dirà: ‘tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo’. Siamo della stessa sostanza, come puoi fare qualcosa per me? Devi solo prendere consapevolezza che sei già ciò che vorresti essere: “Ciò tu sei”, tu sei me! Non devi raggiungere nulla, perché non c’è nulla da raggiungere!

Il figlio minore ha vagato, ha sperperato, è rimasto senza nulla, e proprio per questo può fare esperienza del Nulla, ossia della divinità che non è né questo né quello.
‘Chi perderà la propria vita la troverà’ dice Gesù, infatti il perduto non può far altro che abbandonarsi e sprofondarsi nella pasta di cui è costituito, il divino, sperimentando in questo modo la beatitudine, lo stato di quiete, di pace non dipendente da fattori esterni, da prestazioni e conquiste. E qui non vi è più paura e ansia. Se la divinità è vero che giace nel fondo dell’anima come ci ricorda la mistica, e se il nostro piccolo io, il nostro ego non sarà più ancorato, attaccato a qualcosa di esterno – aspettative, ricompense, desideri- allora l’uomo cadrà inevitabilmente come la mela di Newton. Dove? Nella divinità. Perché, lo ripetiamo, la divinità per sua natura, come la sabbia e l’acqua, saturerà tutto ciò che è vuoto.
«Dove e quando egli ti trova pronto cioè vuoto, deve operare ed effondersi in te, proprio come il sole non può fare a meno di effondersi, e nulla può trattenerlo, quando l’aria è limpida e pura» (Meister Eckhart).

sabato 3 settembre 2022

DI VITA NE ABBIAMO DUE

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXIII domenica del Tempo Ordinario. 

Lc 14, 25-33

Per trasformarci da servi a discepoli, da fantocci ad esseri umani, occorre ‘odiare’ ogni tipo di potere in grado d’inficiare il nostro vero Sé.
Sarebbe necessario disidentificarci con ogni dimensione storica, con la nascita e la morte, gli alti e i bassi, gli inizi e le conclusioni. In questo modo impareremo a conoscere ciò che sta a fondamento del nostro essere, ovvero la realtà suprema, o se vogliamo il nostro vero Sé.
«Sulla superficie dell’oceano ci sono molte onde, alcune alte, altre basse, alcune belle, altre meno. Tutte hanno un inizio e una fine. Ma quando entrate in profondo contatto con le onde, realizzate che le onde sono fatte soltanto d’acqua, e dal punto di vista dell’acqua non ci sono inizio e fine, alti e bassi, nascita e morte» (Thich Nhat Hanh).

Sebbene siamo onda, ci persuadiamo d’essere ‘solo’ questo, dimentichi di essere invece l’acqua che costituisce l’onda. Diamo importanza alla forma dell’onda, al suo peso, alla struttura, a ciò che – per quanto possa essere bello e prezioso – è comunque momentaneo, impermanente. La nostra profonda realtà è essere quell’acqua che non ha inizio e fine, infinita, senza nascita e senza morte. Ma ci inganniamo, investendo le nostre energie su ciò che si muove in superficie.
Per questo Gesù insiste sull’esigenza di staccarci da tutto ciò che impedisce di vivere veramente, rompendo con l’illusione che la vita risieda in ciò che è destinato a passare, fossero anche cose belle e importanti appunto come gli affetti più cari (padre, madre, figli, fratelli, sorelle…) e persino la propria vita. Certo, perché di vita ne abbiamo due, quella biologica che si nutre dell’effimero, che è costituita da nascita e morte, e la Vita che ci attraversa, che è da sempre e destinata a non finire, e ci fa partecipare come nell’Uno a tutto e a tutti.

sabato 27 agosto 2022

QUESTA IMMAGINE DEL DIO TERRIBILE ...

 Don Paolo Scquizzato


OMELIA XXII domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Eb 12, 18-19.22-24a
Lc 14, 1.7-14

«Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola» (Eb 12, 18s.).
Questo passo della seconda lettura di oggi, ricorda ai cristiani come al tempo di Mosè circolasse un’idea di Dio capace di incutere ‘timore e tremore’, arrivando ad auspicare che quel dio arrivasse a non rivolgere più loro la parola. Questa immagine del dio terribile era veicolata da un sistema gerarchico, che – oltre al fatto di porsi come mediazione tra cielo e terra – faceva della paura il mezzo favorito per gestire le masse e quindi il fatto religioso: al tempo di Gesù era ben strutturato: il Sinedrio all’apice, a seguire gli anziani del Tempio e gli scribi, ovvero i teologi della legge e della morale, e poi i farisei. Alla base della piramide uomini e donne, la massa indistinta dei fedeli.
Gesù, è venuto a dire e a mostrare, come questa immagine di Dio fosse chiaramente blasfema. Egli ha sempre denunciato ogni gerarchia che presumesse di collegare cielo e la terra, e quindi ogni mediazione umana e chiunque si arrogasse il diritto di farsi guardiano delle cose di Dio. Tra Dio e i suoi figli non esistono mediatori: «Quando pregate dite Padre» (Lc 11, 2), e si ‘conoscerà’ Dio solo nella misura in cui si ‘conoscerà’ l’uomo, nella fattispecie il più povero e indigente.
Il Concilio Vaticano II (1965) farà sua questa certezza evangelica: il popolo di Dio – la Chiesa – è un l’insieme di donne e uomini di per sé ‘regale’, ossia senza capi né regnanti che dominano su di essa. È il popolo re di sé stesso.
La Chiesa tutta è un popolo sacerdotale: non si danno dunque preti, vescovi, papi che possano fungere da mediatori fra l’insieme dei fedeli e la divinità perché il popolo medesimo possiede il sacerdozio, in quando tutti sono sacerdoti in virtù del loro battesimo.
E infine la Chiesa è un popolo profetico capace cioè di pensare e leggere la storia con saggezza intravedendo nell’ascoltando anzitutto della propria coscienza il cammino da seguire senza il bisogno di qualcuno che lo debba ammaestrare, dirigere e condurre dall’alto.
La Parola di questa domenica è tutta volta a rispondere alla domanda fondamentale: dove poter incontrare dunque il volto autentico di Dio? Non quello terrifico impiegato da alcuni a proprio uso e consumo, ma quello narratoci da Gesù di Nazareth?
Non in un cielo che si dà a noi attraverso mediazioni umane che sotto condizione (morale, cultuale, rituale…) si arrogano il diritto di aprirne o sbarrarne le porte. (cfr. Mt 23, 13), ma piuttosto nell’uomo assetato e affamato.
Il Vangelo di oggi è inequivocabile a riguardo.
La società che viene auspicata dal nazareno – conforme al sogno di Dio – non è quella formata da un gruppuscolo religioso certo di stare dalla parte di Dio o peggio ancora che Dio stia dalla propria, ma quella dove a tutti è dato sedersi alla medesima mensa per poter condividere i beni della terra, e fare festa attraverso il reciproco perdono, senza distinzione tra ricchi e poveri, gerarchie e ‘fedeli’, santi e peccatori.
«Questo è l’esser cristiani. Il nome di Dio viene dopo. È meglio che non si pronunci, per ora, perché ci imbroglia, e perché reintroduce un’idea creata dalla classe del potere. Solo se io amo il povero posso pensare a Dio senza sbagliare. Se non penso all’uomo, penso a Dio sbagliando. Questa è la verità che viene dal Vangelo» (Ernesto Balducci).7h

sabato 20 agosto 2022

"PER VOI,LA PORTA DELLA SALVEZZA E' CHIUSA"

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA XXI domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Lc 13,22-30

A tutti coloro che pensano di giungere al proprio compimento di persone umane (questa è salvezza), semplicemente attraverso una serie di pratiche come: l’ascolto della Parola: «tu hai insegnato nelle nostre piazze» (v. 26b), una costante pratica eucaristica: «abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza» (v. 26), magari una vita morale irreprensibile, portata avanti anche con una buona dose di sacrifici, Gesù risponde: «Per voi, la porta della salvezza è chiusa! Voi – proprio voi – non so di dove siete. Allontanatevi da me» (vv. 25b. 27)

Quelli che si salveranno, continua Gesù, saranno invece quelli che arriveranno da oriente ed occidente, da settentrione e mezzogiorno (v. 29) – luoghi dove risiedono i popoli maledetti e nemici storici di Israele! Proprio questi entreranno: «siederanno a mensa nel regno di Dio» (v. 29b), ovvero vivranno la comunione più alta con Dio. 

Interessante: si salva chi è perduto. Gesù, in maniera paradossale, ci invita a cambiare mentalità. Non è il proprio ego, la propria volontà a conquistare il cielo, o se vogliamo la salvezza, ma piuttosto farsi accoglienti ad un qualcosa che è già dato, che è previo, immeritato.

“La grazie è senza sforzo” ebbe a dire Simone Weil. Non vi è alcun premio da conseguire e chi crede di procurarsi la salvezza, è già perduto. Chi vive nella logica del merito, renderà vana la croce di Cristo, dono per tutti i ladroni crocifissi della storia. Ma allora quel «sforzatevi di entrare per la porta stretta» (v. 24) come va interpretato? Non certo come uno ‘sforzatevi con una vita morale e santa di entrare nel paradiso; sforzatevi di essere buoni, di amare, di non fare peccati…’. Anzitutto in greco non c’è sforzatevi bensì “lottate”. Siamo chiamati a lottare contro tutto ciò che impedisce di essere raggiunti, le nostre sovrastrutture religiose, la presunzione di essere dalla parte giusta, di ‘essere dei suoi’, di essere meritevoli della sua attenzione. Tutto questo risulta essere impedimento alla Presenza che desidera solo poter emergere dal nostro essere e trasformarci. Ciò che impedisce a Dio di amarmi non è il mio peccato, la mia debolezza, ma non fare spazio in me al suo dono immeritato, non accettare il suo amore gratuito, perché tutto intento a guadagnarmelo. Impedirò a Dio di amarmi ogni volta che penso che questo amore vada meritato. In questo caso lui non può venire a me, perché egli è venuto solo per gli ammalati e gli ingiusti (cfr. Lc 5, 31). Gesù sta dicendo proprio a noi: “Lottate” (sforzatevi) contro la vostra presunta “ricchezza” spirituale (cfr. Lc 6, 24), i vostri meriti, solo così potrò finalmente venire a recuperare ciò che era perduto (cfr. Lc 19, 10).

La porta sarà sempre stretta, anzi chiusa per ciascuno di noi se viviamo come schiavi dinanzi a un Dio padrone. E sarà larga solo per i miseri e i peccatori, perché da lì passerà il fiume della misericordia di Dio che come Padre si prende cura di tutti i suoi figli. Qualcuno dinanzi a questo Vangelo sconvolgente dirà: allora è tutto ‘facile’, basta stare in un certo quietismo, magari continuando a peccare e aspettare che lui venga a salvarci. E invece no! Per questo Gesù dice: «lottate!». Ci vuole molta più forza per vivere da figli liberi e accettare di essere amati gratuitamente, che vivere da schiavi strisciando a terra come servi per guadagnarsi il suo amore. Ci vuole più forza ad aprire il pugno e stendere il palmo per ricevere il dono, che serrarlo per conquistare il cielo con la propria volontà.

sabato 13 agosto 2022

Sono venuto a gettare fuoco sulla terra

 

OMELIA XX domenica del Tempo Ordinario. Anno  

Paolo Scquizzato

Lc 12, 49-53

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!», dice Gesù nel vangelo di oggi.

Dopo duemila anni di cristianesimo pare questo fuoco non sia mai veramente divampato; il fuoco del messaggio evangelico, quello delle beatitudini, di uno stile di vita fondato sulla condivisione, la cura, il servizio, facendo di contro troppo spesso l’occhiolino al mondo che radica sé stesso sul potere, l’avere e il successo, ammantando tutto con la pratica religiosa.
C’è un racconto significativo del gesuita Antony de Mello che spiega molto bene la situazione che si è venuta a creare all’interno dell’istituzione Chiesa in questi due millenni, non avendo mai compreso sino in fondo ciò che viene chiamata Tradizione, che non il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco!

«C’era un uomo, che aveva inventato l’arte di accendere il fuoco. Prese i suoi attrezzi e si recò presso una tribù del nord, dove faceva molto freddo. Insegnò a quella gente ad accendere il fuoco. La tribù era molto interessata. L’uomo mostrò loro gli usi per i quali potevano sfruttare il fuoco – cuocere il cibo, tenersi caldi, ecc. .
Quelle persone erano molto grate all’uomo per quanto era stato loro insegnato sull’arte del fuoco, ma prima che potessero esprimergli la propria gratitudine, egli scomparve. Non gli importava ricevere il loro riconoscimento o la loro gratitudine: gli importava il loro benessere. Si recò in un’altra tribù, dove nuovamente iniziò a dimostrare il valore della sua invenzione. Anche quelle persone erano interessate, un po’ troppo però per i gusti dei loro sacerdoti, che iniziarono a notare che quell’uomo attirava la gente, mentre essi stavano perdendo popolarità. Così, decisero di liberarsene. Lo avvelenarono – o lo crocifissero, non ricordo più. Ora, però temevano che la gente si rivoltasse contro di loro, e così fecero una cosa molto saggia, persino astuta. Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. Gli strumenti per accendere il fuoco furono sistemati davanti al ritratto, e la gente fu invitata a venerare il ritratto e gli strumenti del fuoco, cosa che fece ubbidientemente per secoli.
L’adorazione e il culto continuarono, ma non fu mai usato il fuoco».

sabato 30 luglio 2022

‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’

OMELIA XVIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C 
Don Paolo Scquizzato
Lc 12, 13-21
Gesù disse loro una parabola:
“La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. Ma Dio gli disse:
 Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”». Accumulare tesori per sé, questo è il principio della sofferenza. Tutte le tradizioni ricordano che illudersi di edificare la propria vita edificando, costruendo, attaccandosi al potere, l’avere, il successo è il principio della propria sconfitta esistenziale. T.S. Eliot scrive: ‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’. Certo, perché come ricorda Gesù, vi è solo un modo per vivere veramente: morire a sé stessi, ossia risvegliarsi dal sonno dell’illusione. Questo significa: arricchirsi presso Dio: cogliere, esperire, vivere la realtà essenziale, autentica della nostra vita. Sapere che c’è una Vita oltre la vita cui merita dedicarsi, e quindi nutrirla, farla crescere. Come già detto a commento del vangelo di qualche domenica fa, il rischio mortale che corriamo tutti, è dare importanza a ciò che è vapore, all’inconsistente, all’impermanente e che il Qoelet, nella prima lettura di oggi, traduce con vanità. Viviamo l’illusione che la realtà, i nostri granai, i nostri attaccamenti, le nostre sicurezze siano fonte della felicità quando invece sono solo accessori, mezzi ma non il fine. Riposarsi, mangiare, bere, divertirsi, edificare, ingrandire… son tutte cose importanti, belle magari ma non toccano ancora la Vita. Questa sta oltre, o sotto. È la Realtà autentica, il Fondamento, ma ad appannaggio solo dei risvegliati, dagli attenti, dei saggi. Esistere non vuol dire ancora vivere. La vita stessa di Gesù testimonia tutto ciò. 
«La sua morte non è l’esaltazione del nulla, della vanità, ma è la negazione della vanità perché abbiamo capito, una volta per sempre, che si può anche morire non morendo. Chi muore perché c’è qualcosa di più grande della dialettica vita-morte – cioè l’amore – costui non muore» (E. Balducci). Esiste un modo di vivere tale da percepire la vita come una metamorfosi continua, per cui da una parte si sente il proprio corpo come un lento disfarsi, ma dall’altra si ha la forte consapevolezza che la vita vera si sta rinnovando in sé in ogni istante, come un crescendo verso una pienezza e un compimento. È ciò che Paolo intuì scrivendo ai corinzi: «non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4, 16). Insomma, «Vivono solo coloro che non hanno trovato pace nelle provviste fatte» (Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella).

sabato 25 giugno 2022

Lascia…, non volgerti indietro di .....

Don Paolo Scquizzato

 

OMELIA Corpo e Sangue di Cristo.

Lc 9, 51-62

Lascia…, non volgerti indietro…; non attaccarti, e sperimenterai il Tutto.
Un Cristo zen quello del vangelo di oggi.
Gesù invita, in tutto il Vangelo, a non cercare alcun appiglio, a non afferrare alcun concetto, perché non c’è necessità alcuna di farlo: è già tutto qui, e dentro di noi. Lo comprenderà bene Paolo il mistico quando dirà:
«In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).
Non c’è nulla cui aggrapparsi semplicemente perché non c’è bisogno di aggrapparsi a niente: ciò che cerchi è sempre stato lì, fin dall’inizio. E tu sei quello!
«Interrogato dai farisei: “Quando verrà il regno di Dio?”, Gesù rispose: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo – dentro – a voi!”» (Mt 17, 20-21).
La questione è abitare questo Regno di Dio di cui siamo parte ma di cui siamo al contempo drammaticamente inconsapevoli, e che per questo viviamo in uno stato d’illusione mortale scambiando il potere, l’avere e il successo come la vera realtà e affannandoci per conseguirli.
Nel vangelo di oggi son tutti indaffarati, di corsa, in ricerca… Ma la vera Realtà comparirà quando si smetterà di cercarla, stupiti che da sempre la stavamo già abitando in quando nostra natura più profonda, il nostro vero Sè, come il contadino della storiella zen che cerca disperatamente il bue e non lo trova perché lo sta cavalcando.
Non è questione di vivere nel passato struggendosi per esso, e neppure desiderare un futuro di compimento.
Fermati e goditi il presente: lì c’è già tutto. Ad ogni passo sei a casa.
«Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» (Lc 10, 41). L’affanno, l’agitazione per afferrare il ‘centro’ della propria vita in realtà non fa che alzare la polvere e nasconderlo interamente. Occorre fermarsi, e stupirsi che la fiamma è sempre stata lì, ed è la sorgente nascosta che ci abita – l’unica cosa di cui c’è bisogno – e che rimane, rimarrà per sempre e per questo ‘nessuno potrà toglierci’.
Non si sta andando da nessuna parte perché non c’è nulla da raggiungere. La meta è la via. Il qui ed ora è il luogo dell’incontro, il Regno di Dio, e se ne potrà godere nella misura in cui si eliminerà il superfluo, come il marmo ricopre la statua che vi è all’interno.
Occorre giungere a questa verità, perché sarà l’unico modo per essere liberi, dato che ‘la verità ci renderà liberi’ (cfr. Gv 8, 32). Liberi dalla schiavitù del dovere andare, fare, pensare, affannarsi per giungere ad un fantomatico luogo dove ‘andrà tutto bene’, per poi accorgersi di essersi perduti in ‘un paese lontano dove si sperpera il proprio patrimonio, e non potendo far altro che pascolare i porci a servizio del potente di turno (cfr. Lc 15, 14).

domenica 19 giugno 2022

PROGRAMMA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE

 

a cura di Federico Cilio
PARROCCHIA DI SIRACUSA

Don Gaetano Silluzio

21 giugno: Inizia la Fiera del Dolce

Ore 07,30 - Santa Messa trasmessa da Radio Maria

22 giugno:

Ore 18,15 - Santo Rosario

Ore 18,30 - Coroncina del Sacro Cuore

Ore 19,30 -  S. Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.

23 giugno :

Ore 08,30 - Esposizione del SS Sacramento fino alle ore 12,00 con adorazione dei singoli fedeli e dei gruppi parrocchiali.

Ore 18,15 - S. Rosario

Ore 18,30 - coroncina del Sacro Cuore

Ore 19,00 - Santa Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.

24 giugno:

Ore 18,15 - Santo Rosario

Ore 18,30 . Coroncina del Sacro Cuore

Ore 19,00 - Santa Messa con predicazione su alcune espressioni della litania del Sacro Cuore.

GIORNATA MONDIALE della santificazione sacerdotale.

Sarà presente in Parrocchia mons. Sebastiano Amenta, Vicario Generale dell'Arcidiocesi di Siracusa

sabato 18 giugno 2022

IL CORPO DEL SIGNORE di don P. Scqizzato

 

Don Paolo Squizzato

OMELIA Corpo e Sangue di Cristo. Anno C

«Il Corpo del Signore non lo dobbiamo pensare negli schemi sacrali. Ricordate le processioni con gli ostensori e gli incensi? Di quel pane che deve essere un pane a tavola noi abbiamo fatto un idolo. È l’astuzia dell’uomo! Quando l’uomo fa di un santo una realtà da adorare, se ne è già liberato. Adorare significa metterla fuori. Messa fuori, viviamo più tranquilli nella nostra malvagità» (E. Balducci).

Gesù, nel deserto della storia vede e si prende cura di un’umanità dolorante invitando ciascuno dei suoi a fare altrettanto, rivelando così la logica disarmante che la propria fame si estingue facendosi pane per gli altri. Infatti qui Gesù non invita a dare cose, denari o ad impetrare il Cielo per compiere la sazietà dell’altro, bensì a donare sé stessi: «Voi stessi date loro da mangiare», ossia ‘datevi in cibo a questa umanità affamata’ (v. 13a). E nell’attimo stesso in cui si vive questa logica del dono di sé, il deserto comincia a fiorire (cfr. Is 32, 15). Infatti nel Vangelo di Giovanni, passo parallelo al nostro, si afferma come in quel luogo ci fosse “molta erba” (Gv 6, 10b)
e Marco aggiunge come quell’erba fosse ‘verde’ (Mc 6, 39). Un luogo con molta erba verde, richiama un giardino, e il Giardino nella Bibbia è sinonimo di paradiso. Insomma: il condividere, il prendersi cura della vita dell’altro fa fiorire il proprio deserto esistenziale e trasforma questo nostro mondo incolto, in un qualcosa dal sapere di paradiso.
Prima di farsi ostia, Dio s’è fatto carne, e quindi ogni carne.
Va da sé che maltrattare un essere umano significa profanare il medesimo Corpo di Cristo, il Dio-con-noi, e in- noi.
Va da sé che i veri e più preziosi tabernacoli saranno i corpi martoriati dei poveri, le carni consunte dei profughi, degli esclusi, degli allontanati e degli abbandonati.
Adorare e venerare un’ostia consacrata e poi calpestarla, denigrarla e rigettarla nel fratello può dirsi ancora cristianesimo?

sabato 4 giugno 2022

FARE APPELLO ALLO SPIRITO SANTO di ...

 

Don Paolo Scquizzato

OMELIA Solennità di Pentecoste. Anno C

 Gv 14, 15-16.23b-26

«Fare appello allo Spirito Santo vuol dire fare appello alla libertà della coscienza perché la punta alta della coscienza è la punta alta su cui batte il raggio dello Spirito. Per questo lo zelo delle istituzioni è nel coprire tutte le punte perché non appena la coscienza si illumina si scompagina un ordine esistente e il futuro irrompe. Ecco perché le istituzioni sacre hanno perseguitato i profeti; esse li hanno temuti, a cominciare da Gesù» (Ernesto Balducci).

Ogni istituzione, religiosa o laica che sia, ha sempre temuto che le persone agissero ‘secondo coscienza’, prediligendo persone mute, obbedienti ed allineate all’autorità costituita, zittendo le voci del dissenso, contrarie al ‘è bene così’ o del ‘s’è sempre fatto così’.

Ogni sistema di potere, dai tempi della Torre di Babele ha auspicato che i propri sudditi parlassero tutti la medesima lingua – quella del ‘capo’ – nella speranza che poi agissero anche nel medesimo modo.
Lo Spirito di Dio – insegna Gesù – deve soffiare sempre più forte, dove vuole, scombinando le carte e facendo sì che ciascuno parli finalmente la propria lingua, e agisca secondo coscienza.


È interessante notare come nel vangelo Gesù guarisca numerose persone mute. Mi piace pensare che siano state quelle zittite perché non allineate e obbedienti all’establishment di turno. Zittite chissà da quando da genitori, educatori, superiori perché ritenute non interessanti, banali, fuori luogo, inadeguate. Gesù quando parlava con le persone deve aver avuto la meravigliosa capacità di infondere in tutte loro la fiducia di poter aprire finalmente bocca, di convincerle a parlare perché anche loro avevano qualcosa di bello, di interessante e di unico da dire.

Lo Spirito di Dio soffia, sempre, e comunque, indipendente da chi detiene il potere. E crea unità in un’umanità formata da genti diverse, religioni diverse, esperienze diverse in quanto ciascuno è portatore di verità, di bellezza e fecondità, non fosse altro perché unico e irripetibile.
Il nostro compito di cristiani non è far sì che le varie ‘lingue’ delle donne e degli uomini del nostro tempo riconoscano il primato della nostra di lingua –ritenuta vera e indefettibile – ma far di tutto perché ogni diversità venga affermata e difesa affinché un’umanità più umana possa edificarsi, fondata sulla logica della pace, della cura e della condivisione.